I minuti della toilette di suo zio parevano sempre lunghi alla Lidia; quel giorno le parvero eterni, bench'egli si affrettasse assai più del solito.

— In nome di Dio, — ella disse allorch'egli si mostrò sulla soglia, in veste da camera, terminando di farsi il nodo della cravatta.

Era un uomo verso la sessantina, di persona ancora svelta ed elegante, di lineamenti regolari, ma con gli occhi pesti, con la pelle del viso alquanto floscia e aggrinzita, segni infallibili di abitudini dissipate. Del rimanente, come accade a molti libertini, Ernesto Landi riusciva simpatico, oltre che per l'aspetto piacevole, anche pei modi bonari e per una certa facile arguzia.

Egli stava per protestare contro le impazienze della nipote, ma la fisonomia stravolta di lei lo dissuase dalle recriminazioni. Domandò invece: — Che cos'è successo?

Lidia gli porse una lettera, intimandogli: — Leggi.

Ernesto Landi si avvicinò alla finestra, sollevò alquanto le stecche delle persiane per far entrare più luce nella stanza, e guardò con la lente la soprascritta, di cui, sulle prime, non parve riconoscere la calligrafia.

— È una lettera diretta a tuo marito, — egli disse senza decidersi a levarla dalla busta. — Signor avvocato Carlo Fìdoli.-Sue mani.

— Sì, la busta non l'ho aperta io. L'ho trovata aperta.... E pure quei caratteri dovrebbero esserti familiari....

Ernesto fissò con maggiore attenzione la soprascritta. — Ah! — egli fece. E slanciò a Lidia un'occhiata interrogativa.

Questa vide che lo zio aveva capito, e nel timore ch'egli potesse voler trattenersi la lettera, gliela strappò vivamente di mano.