— La getterò io con le mie mani nella cassetta postale, — dichiarò Lidia.
Poi, stanca di questa commedia, tirò fuori la lettera e la mise sotto gli occhi di Landi. — Eccola.
Vedendone la soprascritta egli rimase perplesso, e rivolse alla nipote uno sguardo ansioso. Non era uno sbaglio? Il biglietto di Natalìa?
— È qui dentro; — disse Lidia, rispondendo alla muta interrogazione. E soggiunse: — Sono stata vile.
La fisionomia d'Ernesto Landi s'illuminò di riconoscenza. — Sei un angelo! — egli esclamò. E fece atto di chinarsi per baciarle il lembo della veste.
Ella si ritrasse sdegnosa e respinse la lode.
— Sono vile, vile.... Siamo tutti vili, io, mio marito, tu.
Come se Ernesto Landi volesse provar luminosamente che, almeno per quanto si riferiva a lui, la sentenza era giusta, egli biascicò esitante: — E non mi hai mica nominato?
Lidia atteggiò le labbra a un sorriso sarcastico. — Oh no.... È una faccenda che regolerete fra voi due.... Già quella signora ha posto per tutti.... E adesso, caro zio, non abbiamo altro da dirci.
Umile, insinuante, egli arrischiò una preghiera: — Non mi permetterai di abbracciar Valentina?