Da quel giorno del gennaio 1859 era trascorso un terzo di secolo, e io non l'avevo più visto. Chi sa dopo quante peripezie, dopo quanti dolori e quante miserie egli arrivava oggi nel porto ove tutti dobbiamo arrivare!...

Pieno di queste immagini e di questi pensieri io avevo continuato a camminare macchinalmente accanto al carro funebre del commendator Baggi, e, senz'accorgermi, ero giunto al Cimitero Monumentale. Il carro si arrestò, si fece un gran silenzio. Un signore in occhiali, che seppi essere un assessore del Municipio, tirò fuori dalla tasca del soprabito un foglio di carta e lesse con voce monotona un breve discorso; un secondo borbottò alcune parole in nome della Camera di Commercio; un terzo portò alla bara il saluto del Consiglio d'amministrazione della Rete Adriatica; un quarto pianse per conto della Banca Generale. Io coglievo appena qualche frase staccata; la mia mente era altrove, il mio sguardo seguiva lontano l'umile convoglio del povero Bertizzoni che si dirigeva lentamente dalla parte opposta del Camposanto. Sentii corrermi due lacrime giù per le gote. Di tutti quelli che avevano accompagnato all'ultima dimora il commendator Baggi ero il solo che piangesse, ciò che costrinse i due nipoti ed eredi a portarsi, per pudore, il fazzoletto agli occhi.

E i due nipoti ed eredi mi strinsero vigorosamente la mano. — Grazie, grazie, signor.... E grazie a tutti i preposti della Banca....

La gente si disperse; si trattenevano ancora i soli parenti sino alla collocazione del feretro nella tomba di famiglia. Qualcheduno mi offerse ricondurmi in città in carrozza; io preferii d'andare a piedi, preferii d'esser solo.

M'avviai lungo il viale fiancheggiato da platani. Un fiacre che veniva anch'esso dal cimitero mi passò rasente. Ebbi una visione. Al finestrino di quel fiacre s'affacciò un giovinetto vestito a bruno, pallido, dalla faccia scomposta, ma bello, ma vigoroso. Era il ritratto preciso di Licurgo Bertizzoni, quale io me lo ricordavo a diciotto o diciannove anni. Vedendosi fissato, egli si voltò verso un amico o un congiunto ch'era con lui nella vettura. Dopo il primo sbalordimento, indovinai che quello doveva essere il figlio del povero Licurgo, il ragazzo impiegato alla Cooperativa. Ebbi un istante l'idea di chiamarlo.... A che pro? Per dirgli che un terzo di secolo addietro ero amico intimo di suo padre, e che poi me lo ero quasi interamente dimenticato?

ALLA “TRAVIATA„

Facevo una di quelle visite di convenienza che si fanno nel giorno in cui la signora riceve, il che vuol dire che, per quanto la signora sia spiritosa e garbata, una noia ineffabile è come disciolta nell'aria e la conversazione tira innanzi vuota, scucita, insipida, fra persone che si conoscono appena e che starebbero benissimo anche tutta la vita senza vedersi e senza parlarsi.

S'era discorso del freddo; d'una veglia in casa X....; del matrimonio della contessina Y....; dei five o' clock teas della marchesa Z....; della malattia repentina e incurabile della signora K.... E dopo aver passato in rassegna varie altre lettere dell'alfabeto s'era venuti a trattar l'importante argomento dei teatri. Un orrore, una desolazione! La Fenice chiusa; un'operetta al Goldoni; un'operetta al Malibran; al Rossini una Traviata impossibile.

L'avvocatino Sironi, una tra le giovani speranze del foro, fece una smorfia. — Al Rossini non ci va un cane. Chi può andare ormai a sentir la Traviata?

L'avvocatino, si sa, non capisce e non gusta che la musica dell'avvenire.