Comunque sia, alla sua frase interrogativa nessuno rispose, neppur io al quale il giovinotto pareva essersi rivolto di preferenza. Non è poi necessario di rispondere a tutte le interrogazioni.

Però di lì a cinque minuti, uscendo dal salotto con la coscienza tranquilla d'un debitore che ha pagato una cambiale, il mio pensiero corse a un tempo lontano lontano quando nello stesso teatro, ove ora, secondo l'avvocatino Sironi, non andava nessuno, la Traviata, caduta l'anno addietro sulle scene della Fenice per cui era stata scritta, risorgeva splendidamente dalle sue ceneri e attirava ogni sera una folla entusiasta.

Tra quella folla c'ero anch'io, ragazzo di quindici o sedici anni, abbonato per la prima volta a uno spettacolo d'opera, e pieno di fervore religioso pel mio abbonamento. Non so quante rappresentazioni della Traviata si dessero nella stagione; so che a tutte io assistevo ritto in platea dall'alzarsi al cader del sipario; so che tutte le sere Violetta godeva, soffriva, moriva sotto a' miei occhi senza ch'io mi stancassi di vederla godere, soffrire, morire.

E mentre bevevo come un liquore prelibato le facili, soavi melodie diffuse a larga mano nello spartito, coltivavo, insieme con parecchi altri abbonati, una passione ideale, purissima per la cantante giovine e leggiadra che trasfondeva il suo ingegno e l'anima sua nel personaggio della protagonista. Nè ciò basta. Fosse effetto dell'età o fosse effetto dell'opera, sentivo nascere in me una disposizione amorosa, che chiamerei generica, e guardando (senza canocchiale, perchè non lo possedevo) in giro nei palchi avevo slanci segreti di tenerezza verso tutte le signore zitelle o maritate che vedevo pendere intente dal dramma e dalla musica. E m'inebbriavo all'idea della colpa riscattata dai patimenti, e sognavo per mio conto le lunghe veglie al letto di qualche bella peccatrice ammalata di tisi.... che però sarebbe guarita e che io avrei redenta co' miei baci.

In quel tempo appunto avevo il nobile proponimento di redimere una suonatrice ambulante di chitarra, e, nelle sere che non c'era teatro, la seguivo ai caffè e alle birrerie. Era grande? Era piccola? Era bionda? Era bruna?... Ma.... Non me ne ricordo. Mi ricordo che aveva nome Angelina e che le regalai, en pure perte, un fazzoletto di batista. Se non la redensi, non ho contribuito certo ad allontanarla dal sentiero della virtù.

Queste cose io ruminavo dopo la mia visita, e vi mescevo i soliti vani rimpianti del passato. O chi ci ridona le fresche impressioni dell'adolescenza? le speranze baldanzose, infinite? le ingenuità adorabili? le birichinate innocenti?

Una curiosità mi prese. Ecco, io dicevo, due parole gettate lì a caso, sono bastate a risvegliar nel mio spirito cento reminiscenze sopite. Non potrebbe, per un istante, il vecchio uomo rivivere in parte tornando sul luogo, riudendo le armonie che lo avevano affascinato, riassistendo al dramma che lo aveva commosso?

Tuttavia esitavo. Un'altra voce soggiungeva dentro di me: Perchè apparecchiarsi una delusione? Non si rivede impunemente, dopo un intervallo di alcuni lustri, ciò che si è molto amato. — Tentennai a lungo fra il sì e il no. Alla fine il sì prevalse, e a costo d'incorrere nella disapprovazione dell'avvocatino Sironi se veniva a saperlo, mi diressi, un po' tardi, al teatro Rossini. Lo chiamavano di San Benedetto, ai tempi della mia famosa Traviata; ma l'atrio, la sala, la scena erano su per giù anche allora quello che sono adesso.

M'accorsi subito che il teatro, pur non essendo riboccante di gente, era tutt'altro che vuoto; solo ch'io non conoscevo quasi nessuno di coloro che c'erano. Il mio avvocatino avrebbe certo esclamato storcendo la bocca aristocratica: — Non avevo ragione io di affermare che ormai non si va più alla Traviata? Dio, che pubblico!

Come già notai, era tardi. Violetta aveva finito da un pezzo di folleggiar di gioia in gioia; aveva, in seguito alle istanze del barbaro padre di Alfredo, troncato bruscamente il suo idillio e beveva a larghi sorsi il suo calice amaro.