Ecco; dopo le zingarelle (ahi, quali zingarelle! ce n'era una alta come un campanile); dopo i mattadori; dopo l'infelice Alfredo tradito dall'amore e dalla intonazione; la povera Violetta, a braccio del suo tiranno, veniva alla festa mascherata in casa di Flora. Brillava, la casa, per quella deficienza di mobilio ch'è la caratteristica dei melodrammi e per quella mancanza di pareti laterali che rende altrettanto agevole il passaggio di cose e persone quanto incomprensibili le confidenze segrete e l'emozioni galanti. Appunto attraverso questi muri squarciati i servi portarono un tavolino, un tappeto verde, due candele e quattro sedie. E cominciò la scena del gioco in cui la musica esprime con rara efficacia il sarcasmo doloroso di Alfredo e l'angoscia di Violetta. — Pietà gran Dio, Pietà gran Dio, di me — cantava Violetta con un accento giusto, con una vocina simpatica; ma lui, disgraziato, aveva perduto la bussola e faceva d'ogni erba fascio.
Seguì il colloquio rapido, nervoso, fra i due amanti; lo strepitoso irrompere degli invitati; l'insulto supremo di Alfredo; il deliquio della donna oltraggiata; la sfida dei rivali; l'apparizione subitanea del signor Giorgio Germont, non si sa se disceso dal soffitto o emerso dal pavimento. Indi quel concertato finale di antico stampo, onde i solisti ed i cori si avanzano tutti in massa e paiono stiparsi contro il muro e volerlo abbattere con le loro grida.
Convenzione ridicola, non c'è che dire, ma chi bandirà la convenzione dal teatro sarà bravo.
A ogni modo, l'ultimo atto, specialmente se si consideri che l'opera fu scritta nel 54, è d'una modernità maravigliosa. Non sfoggio di virtuosità, non lusso di messa in scena; nient'altro che il dramma umano e casalingo dell'amore, della malattia, della morte.
Fin dalle prime note del soave preludio avevo dimenticato gl'interpreti per abbandonarmi al fascino della musica. E di mano in mano che la catastrofe si appressava, l'anima mia, come accordandosi con la musica, si sentiva avvolgere da una malinconia profonda, ineffabile. E sorgeva in me una folla tumultuosa d'impressioni, di pensieri, che non erano però le impressioni, i pensieri ch'ero venuto a cercare. Ero simile a un viaggiatore che ha sbagliato il treno. Credendo di prendere una corsa che mi riconducesse verso la mia giovinezza, ne avevo presa una che mi portava a gran velocità.... dalla parte opposta.... Dio, com'ero vecchio! Al paragone l'opera era una bambina. Certo le sue grinze le ha anch'essa, ma non langue ancora la vita che il grande artista le ha infuso; io, io sono vecchio.
È vero, sino allora non ci avevo badato. Non mi sembrava di aver l'età di Matusalemme; non avvertivo nessun accasciamento nel mio corpo e nel mio spirito; non sfuggivo la compagnia delle signore e continuavo a preferir quelle giovani e leggiadre.... Ma quella sera, ah quella sera una mano brutale mi strappò la benda dagli occhi.
Io pensavo: — Quando quell'altra Violetta mi inebbriava del suo canto, questa che va oggi tossicchiando sul palcoscenico non era nata. Non era nato questo Alfredo e neppure il padre di lui, dalla parrucca grigia e dalla barba posticcia. Non eran nate le poco avvenenti zingarelle della festa di Flora, nè i mattadori, nè il visconte, nè il barone, nè il dottore, nè la cameriera, nè, tranne rare eccezioni, i cosidetti professori d'orchestra. Che se poi mi voltavo dalla parte del pubblico arrivavo, su per giù, alle identiche conclusioni. Non che mancassero in teatro persone della mia età o di età superiore alla mia; ma erano una piccola minoranza. Due terzi almeno degli spettatori appartenevano alla generazione successiva; erano, nei giorni della mia adolescenza, un popolo di fantasimi accalcantisi in silenzio nel vestibolo della vita. Fantasimi quei giovinotti sdraiati sulle poltroncine; fantasimi quelle ragazze che i babbi non avrebbero accompagnate alla Signora delle Camelie ma accompagnavano alla Traviata perchè la musica copre tutto col suo velo pudico; fantasimi quelle Traviate autentiche che sporgevano il viso imbellettato da un palchetto di terza fila.... Dov'erano coloro che avevano, trentasette o trentott'anni or sono, palpitato, applaudito con me? Quegli uomini, quelle donne le cui pupille s'erano inumidite con le mie, i cui cuori avevano battuto all'unissono col mio cuore? Quanti ne aveva dispersi la fortuna, quanti ne aveva falciati la morte? E se pure, per caso, uno se ne trovava quella sera in teatro sentiva forse ciò ch'io sentivo?
Mi pareva d'essere il superstite d'un mondo defunto, mi pareva che tutti gli occhi dovessero piantarmisi addosso come sull'esemplare abbastanza ben conservato d'una razza scomparsa.
Per liberarmi da quest'incubo uscii dalla sala prima che l'opera finisse, e l'aria rigida della notte invernale dissipò le ombre, ristabilì l'equilibrio del mio spirito. Ero stato punito del mio tentativo di riafferrare, sia pure per un istante, la gioventù; ma non ero uno spettro, ero un uomo in carne ed ossa, ero ancora un vivo tra i vivi, avevo ancora, per poco o per molto, il mio posto, avevo ancora, piccolo o grande, il mio còmpito.
No, la gioventù non si riafferra; ma c'è qualche parte di noi che può restar giovine sempre finchè coltiviamo in noi stessi con tenera sollecitudine la pianta gentile della simpatia, la fiamma purissima dell'entusiasmo, finchè teniamo alto lo sguardo inseguendo amorosamente le visioni consolatrici del bello.