—Lo manderò pei fatti suoi….
—Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di nobiltà?…
—E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no…. Mi basta esser madama ….
—Perchè madama?
—Via, signora, la signora Arconti. Va bene?
—Oh va tanto bene.
E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride guancie della sua fanciulla.
Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle lusinghe d'una vita puramente intellettuale!
Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua attenzione— Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna. —Aveva scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse un'occupazione alla miniera?
Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta postale.—Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che ho spedita per raccomandarmi?