— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.
Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.
E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua ammirazione per l'italianità che egli aveva saputo conservare vivendo parte dell'anno a Parigi.
— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua lingua...
— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.
— Fino a un certo punto, specie dopo il suo secondo matrimonio... Però ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non sarei andato d'accordo con la matrigna...
— Che donna è?
— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.
— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.
— Vestivi da collegiale.