—È un oggetto da museo—ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò:—Non lo toccare!—con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.

—In nome del cielo, che cosa c'è?—sclamai sbigottito.

—Perdonami—rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso.—Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio.

E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'innondarono di lagrime.

Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze.

Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.

Alla fine Federico incrociò le braccia e sì appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me.

—Ti ricordi—egli mi disse—di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile?

—Sicuro che me ne ricordo—replicai, non intendendo bene ove egli volesse mirare.—Fausto Rioni che adesso è deputato... Ho perso di vista anche lui.