E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville.
—Tu dormi qui?—gli chiesi.
—Sì. È la mia camera da letto.
—Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte!
—Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole—egli continuò—e bisogna abbassar le tendine.
Mentre Federico eseguiva questa operazione, i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti.
—Oh—diss'io—quell'orologio è matto.
—È fermo—egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua.
Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione—1822.