—Lasci fare a me, buona signora—disse il dottore accostandosele con bontà.—Torni a sedere e si rinfranchi.

—Quella fraschetta ha tempo da perdere—osservò signor Massimiliano che aveva spiegato la lettera e l'aveva scorsa rapidamente con l'occhio.

—Dodici facciate fitte! E che scrittura! Figlia pessima in tutto, anche nella calligrafia!

E gettò con aria sprezzante i foglietti sopra la tavola.

—Son qua io—prese a dire il dottore che si avvicinava tenendo in una mano la candela, e trascinando con l'altra una sedia.—Non m'ero già offerto di farvi io la lettura?

—Se volete leggere, fate il vostro comodo. Nè io, nè mia moglie non aspettiamo lettere, non vogliamo saperne... Per me riprendo la Gazzetta—replicò il Nebioli, quantunque con tuono alquanto più rimesso. E sedette fingendo d'immergersi nuovamente nel giornale.

—Va benissimo—disse il dottore senza scomporsi. Spinse verso la tavola la poltrona della signora Gertrude, le accennò di prendervi posto, estrasse dal taschino del panciotto un paio di lenti, le inforcò al naso dopo averle forbite col fazzoletto e poi cominciò:

«Caro babbo, cara mamma,

«Dopo tanti mesi torno a scrivervi. So che non mi risponderete e non oso chiedervi che mi rispondiate, ma in ogni modo seppure ho rinunciato alla speranza di ricevere una vostra lettera e forse di vedervi più mai, non voglio lasciarvi credere ch'io mi sia dimenticata di voi, ch'io non vi ami più.

—Si può dare un esordio più pretenzioso?—brontolò il Signor Massimiliano alzando gli occhi dalla Gazzetta.—Ancora ha ragione lei.