Come si stenta, nel mondo fisico, a trovar corpi semplici, così si stenta a trovar sentimenti semplici nel mondo morale. E direi quasi che ogni nostro sentimento, per diventar forza attiva, ha bisogno di una piccola infusione di sentimenti contrari. Ciò vale soprattutto nei sentimenti più nobili, i quali sono come i metalli preziosi che non resterebbero in circolazione senza una lega di metalli più bassi.

La collera della signora Amalia derivava da una serie di cause. Certo vi aveva il suo posto anche la naturale ansietà della madre. Lo sposo ch'ella vagheggiava per la sua Matilde non viveva finora che nella sua fantasia. Doveva esser giovane, bello, generoso d'animo e gagliardo d'ingegno, e nessuno fra quelli che avevano chiesto o fatto chiedere la mano della ragazza aveva corrisposto al suo tipo. Figuriamoci se poteva corrispondervi il cavaliere Arsandi! Oh! s'egli avesse avuto venticinque anni meno! Ma quando egli li aveva questi venticinque anni meno, la Matilde non esisteva neppure e c'era invece un'altra fanciulla che s'era lasciata affascinare dall'incanto della voce e degli occhi del signor Michele, e aveva sognato con lui il suo primo sogno d'amore. Quella fanciulla era lei, lei medesima, quell'Amalia Nottoli, oggi vedova e madre, com'era padre e vedovo anch'egli. E così, a poco a poco, quasi senza ch'ella se ne accorgesse, la sua persona faceva capolino, e l'orgoglio offeso si metteva a paro con la sollecitudine materna a ordir la tela dei suoi ragionamenti.

Il più difficile era giungere a una conclusione sulla via da tenersi. C'era un partito eroico, quello di prendere a quattr'occhi il signor Michele, fargli intendere la sconvenienza della sua condotta, e dargli pulitamente il benservito. Ma in verità non bisognava nemmeno pensarci. Come licenziare un ospite pella sola colpa di essersi mostrato gentile verso la padroncina di casa? Chi non avrebbe detto che c'era di mezzo un dispettuccio della signora Amalia, punta di non essere corteggiata abbastanza? Mettere in guardia la Matilde dimostrandole sul serio che il signor Michele non era fatto per lei? Sarebbe stata un'imprudenza: da Eva in poi le donne amano il fratto proibito e il cervellino della Matilde non era più sano di quello della sua progenitrice. Restava la cosidetta politica d'osservazione: seguire cioè i passi del nemico senza dar fuoco alle miccie, ma lasciandogli scorgere ch'egli è invigilato. Posto così sull'avviso, probabilmente il signor Michele avrebbe fatto senno e suonato a raccolta.

Queste ultime considerazioni la signora Nottoli le faceva dopo aver già spento il lume, acconciata la testa sul capezzale, e tirate su le coltri in modo da non lasciar fuori che la punta della sua cuffia da notte. E secondo le idee che le frullavano in capo quella punta oscillava con maggiore o minore vivacità. A poco a poco però i movimenti divennero sempre più tardi, come di un battaglio che non arriva a toccare le pareti della campana, sinchè finirono affatto. La signora Amalia aveva preso sonno e russava decorosamente come una donna di quarantadue anni ha il diritto di fare.

Ed ella sognò. Sognò di esser tornata ragazza e di avere a' suoi piedi un bell'artigliere nell'uniforme dei Bandiera e Moro, e di sentirsi bisbigliar da lui le più dolci promesse d'amore, a cui ella rispondeva con le lagrime agli occhi e il sorriso sul labbro. Ed egli copriva di baci la sua mano, quando ad un punto lo sguardo di lui si rivolgeva da un'altra parte, si fissava sopra un'altra immagine. Una giovinetta tanto simile a lei da potersi pigliare in iscambio appariva d'improvviso sulla scena, e con un cenno giunonico del capo chiamava a sè l'artigliere, che non esitava un istante a obbedirle. Non c'era dubbio; quella giovinetta, al gesto, all'aspetto era la Matilde, quell'artigliere era Michele Arsandi. E prima ch'ella potesse lagnarsi del subito ed incivile abbandono le si affacciava un terzo e assai noto personaggio, nientemeno che il signor Nottoli buon'anima. Nè egli si presentava sotto le forme paurose di fantasma, ma con la sua florida apparenza di ecclesiastico investito d'una grassa prebenda; nè alzava il dito e la voce ad ammonire, come si afferma esser costume dei defunti, ma chiedeva assai rimessamente alla moglie che gli saldasse un bottone del soprabito.

In mezzo a questa confusione di date e di individui, di serio e di comico, la signora Amalia si svegliò che già il sole tremolava sul soffitto della sua camera. Ella non aveva ancora finito di stropicciarsi le palpebre quando udì il rumore di una carrozza che entrava in giardino e la voce dello stalliere che diceva: È qui il signor Gustavo.

La signora Amalia, che non s'aspettava l'arrivo di suo fratello così presto, pensò di confidare a lui le sue dubbiezze. Perciò, scese di balzo dal letto, corse alla finestra, aperse lo spiraglio di un'imposta e gridò:—Gustavo! Gustavo!

Il chiamato alzò il capo e veduta la sorella la salutò con la mano soggiungendo—Addio, addio, ci vedremo più tardi. Ho patito la notte e voglio dormire un paio d'ore.

—No—replicò la signora Amalia—dormirai dopo. Mi preme di parlarti. Vieni su un momento, nel mio gabinetto da lavoro. Passo una vesta da camera e sono subito con te.

—Che diamine può aver mia sorella?... pensò il signor Gustavo mentre saliva la scala dopo aver consegnato al cameriere la sua valigia, il plaid e gli ombrelli. Il signor Gustavo era di quattro anni più giovane della signora Amalia, aveva come lei una certa tendenza alla pinguedine, era di statura media con baffi castani e capelli idem, che però cominciavano a cadergli lasciandogli a poco a poco una fronte da pensatore. Ed era cosa a cui egli non teneva punto. Ingegno pronto, vivace, cultura non iscarsa, ma superficiale, era piuttosto un uomo di spirito che un uomo di studio. Avrebbe potuto riuscir deputato, ma preferiva starsene in disparte criticando destra e sinistra. Del resto era un buon diavolaccio e nella sua maldicenza raramente maligno.