—Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose. Primo, che venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi; secondo, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde; terzo, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...
—Già voi altri uomini vi fate tutto facile—replicò infastidita la signora Amalia.
—E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.
—No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno smacco.... Ma non avevi un'idea?
—Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu l'approvi?
—Via, fammela conoscere.
—Ecco—principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.
A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una faccenda.
—Siamo d'accordo—gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli saliva in carrozza.—Il telegramma vuol dire che non verrai solo.