—Oggi?
—Sì, dice domani, e la lettera ha la data di ieri.
La signora Amalia lasciò cadere il discorso, e un sorriso leggermente ironico sfiorò le sue labbra. Ma non era un sorriso nuovo in lei e l'Arsandi non vi badò più che tanto.
Il professore Benvoglio sfoggiò durante il tragitto una straordinaria erudizione. Discorse a lungo dei Collalto, dei loro castelli, della leggenda della murata viva che compare di tratto in tratto vestita di bianco fra i verdi del parco, dell'amore infelice di Gaspara Stampa pel conte Collaltino, del suo canzoniere di cui citò alcuni brani, e del libro che sulla poetessa gentile publicò Luigi Carrer. Anzi, su questo proposito, egli affermò di aver dato utili consigli al celebre scrittore veneziano, grande amico suo, come tutti i morti illustri sogliono essere dei vivi pedanti.
Ma gli altri gli badavano poco o punto, e parevano preoccupati.
—La salita si può fare a piedi—disse la signora Amalia quando furono in vista le torri del castello di San Salvatore.—La carrozza ci verrà dietro.
Alle falde del colle il cocchiere si fermò e la signora Amalia appena scesa dal legno si impadronì del braccio del cavaliere Arsandi, con noia gravissima della Matilde e del professor Benvoglio, i quali non sentendosi proprio fatti per andarsi a genio, camminavano a fianco l'uno dell'altro senza dirsi una parola. La Matilde sfogava il suo dispetto abbattendo con la punta dell'ombrellino le testo dei fiori di campo che crescevano lungo il margine della via e cacciando lontano da sè col piede irrequieto i ciottoli che le facevano intoppo. Non c'era omai più dubbio; sua madre si era invaghita sul serio del signor Michele e lo voleva per sè. Ma che roba! Una donna che aveva tutt'altro pel capo! Dopo due anni soli di vedovanza! E quell'asino del professore Benvoglio che si sdilinquiva e poi all'occasione non era buono di farsi valere!... La fanciulla lanciò una occhiata di superbo disprezzo al professore che camminava con la testa bassa e con le mani dietro la schiena. Quanto al Benvoglio, poveretto, non è da credersi ch'egli non fosse roso dal verme della gelosia; aveva cercato anzi di sollevarsi alla dignità tragica del furore di Orosmane e di Otello, aveva assaporato, in teoria, la feroce compiacenza di ridurre in minutissimi pezzi il suo rivale e di sfolgorare la dama che sprezzava i suoi omaggi, ma un sentimento molto umano, la paura, calmava in lui gl'impeti del sangue. Egli sentiva che il cavaliere Arsandi, il quale lo passava di tutta la testa, avrebbe potuto farlo girare intorno a se stesso col dito mignolo e sentiva pure che una risata sonora della signora Amalia sarebbe bastata a sviare miseramente il fiume maestoso della sua eloquenza. E il tapinello, convinto della sua debolezza, quasi piangeva dal dispetto.
—Iersera così ilare e oggi così turbata—disse l'Arsandi alla signora Nottoli, quando avevano già fornito quasi tutta l'ascesa, discorrendo pochissimo.
—Turbata? Oh no—ella rispose con un sorriso che lasciò vedere la doppia fila de' suoi bellissimi denti.