Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno schiaffo.
Il furbacchiotto capì benissimo le disposizioni materne; quindi non si spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola, ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.
—Domando io—disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo Gino e pigliandoselo in braccia—domando io come si fa a schiaffeggiare un visino simile.
E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario—Guardate mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte dita lunghe ed ossute?..... Che orrore!.... Picchiarmi il mio Gino.....
Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza l'immagine, tornò a dire—Un bambino simile!
Gino, incoraggiato così, ripetè la frase—Brutta nonna.
La madre gli mise una mano sulla bocca.—Non si dicono queste parole... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto... Ha rotto lo specchio grande della nonna?
—No... il piccolo.
—Quello fatto come un o?
—Sì, sì—rispose Gino—come un o grande.