Giunse così il sabato, giorno della partenza. S’era convenuto di recarci a bordo, i coniugi Prosperi ed io, la mattina per tempo, e di trattenerci non solo finchè il King Arthur avesse levato le áncore, ma finch’esso fosse arrivato a Malamocco. Là si sarebbe scesi per tornare a Venezia col vapore che viene da Chioggia.
Il programma fu eseguito appuntino. Eravamo sul bastimento poco dopo le otto antimeridiane, e mi par sempre di veder l’Ofelia correrci incontro sul ponte co’ suoi bei capelli biondi che le ondeggiavano sulle spalle e con Tom che le galoppava a fianco. Ell’aveva un vestito di mussola bianca stretta alla vita da una cintura di seta nera e con due nastri pur neri svolazzanti sugli omeri. Erano nere anche le scarpine e le calze. Ella saltò al collo della signora Agnese baciandola e ribaciandola, ma non perdendo d’occhio un grossissimo involto che uno dei marinai aveva ricevuto da Beppi, il gondoliere, e portava su per la scaletta. Quando poi l’involto fu aperto e ne uscirono sei o sette scatole e scatolini, e quando il prezioso contenuto delle scatole fu messo in mostra sulla coperta, l’entusiasmo della bimba non ebbe confine. Erano balocchi d’ogni specie che la signora Agnese regalava alla sua piccola amica, e fra questi primeggiavano una magnifica bambola che chiamava mamma e papà, e un can barbone che moveva la testa, apriva la bocca e alzava le zampe anteriori, con grande ira di Tom, non ben sicuro se avesse dinanzi a sè un fantoccio o un rivale in carne ed ossa.
Si fece colazione prima che il King Arthur si movesse dal Canale della Giudecca, perchè il capitano voleva essere sul ponte del comando al momento della partenza. Alle frutta Master Atkinson bevette alla salute del signor Roberto e della signora Agnese ringraziandoli dell’infinite cortesie usate a lui e all’Ofelia e pregandoli di accettare un esemplare, uno dei due che gli restavano (l’altro era quello che avevamo visto appeso nell’anticamera della sua cabina), della fotografia del King Arthur fatta fare a Liverpool alla vigilia del suo ultimo viaggio. Per lui quella fotografia aveva un pregio singolarissimo. In un gruppo di figurine appena percettibili che si vedevano raccolte sul castello di poppa c’era anche sua moglie. Naturalmente egli solo sarebbe riuscito a distinguerla, ma forse appunto per questo la fotografia gli era più cara. Pregava i signori Prosperi di serbarla per ricordo suo. Rispose il signor Roberto nel miglior inglese che gli fu possibile, accettando il dono con animo riconoscente e augurando prosperi l’andata e il ritorno al King Arthur. — Siamo al 5 di aprile, — egli disse. — Speriamo di trovarci qui uniti di nuovo il 5 di settembre.
Durante questo scambio di brindisi la signora Agnese s’era presa sulle ginocchia l’Ofelia e tenendosela stretta al cuore le susurrava dolci parole e le discorreva di ciò che avrebbero fatto insieme nell’autunno, a viaggio finito.
Risalimmo sopra coperta, e di lì a pochi minuti il King Arthur lasciò la banchina e si diresse alla volta di Malamocco. Dietro di noi Venezia s’impiccoliva e sfumava come un quadro dissolvente.
In vicinanza del porto il vapore rallentò la sua corsa, e una barca s’avvicinò alla scaletta. Bisognava separarsi.
Ancora una volta l’Ofelia si aggrappò al collo della signora Agnese. — Vieni con noi — le diceva — vieni con noi.... Noi dobbiamo tornare.... Tornerai anche tu.
E poichè il signor Roberto si era accostato alla moglie per sollecitarla — Va via tu solo — gridò la fanciulla. — Cattivo, che vorresti la zia Agnese tutta per te.
Vi furono di nuovo baci, lacrime e strette di mano in quantità. Alla fine noi prendemmo posto nella barca che ci attendeva, il vapore ripigliò la sua rotta.
S’agitarono i fazzoletti; l’Ofelia, sollevata sulle braccia dal padre, mandava baci alla zia; Tom girava su e giù pel ponte abbaiando. Il King Arthur oltrepassò presto la diga e scomparve; per qualche minuto si vide ancora una striscia di fumo nel cielo azzurro; si udì, o si credette udire, il vocione di Tom; poi non si udì e non si vide più nulla.