Il biglietto venne inchiuso in una lettera nostra al capitano, impostata la sera stessa per Hiogo.
Ora bisognava rassegnarsi a un lungo silenzio, perchè il King Arthur proseguiva direttamente pel Giappone senza poggiare a nessun punto intermedio.
Noi intanto avevamo sollecitato il nostro banchiere di Londra ad assumere qualche informazione precisa sul conto del capitano Atkinson, sul suo carattere, sulla sua famiglia, sulla malattia da cui era morta sua moglie, eccetera, eccetera. La risposta non si fece attender molto e le informazioni furono, nel complesso, assai favorevoli. Il capitano Atkinson, nativo di Glasgow, era da otto anni al servizio degli armatori del King Arthur, i quali non avevano che da lodarsene. Era uomo probo, intelligente, marinaio arditissimo, più colto di quello che non sogliono essere le persone della sua classe. Non aveva parenti prossimi; la moglie gli era morta pochi mesi addietro di tubercolosi acuta lasciandogli un’unica figliuola in tenera età che adesso viaggiava con lui.
Il punto nero era questo: la moglie morta di tubercolosi. La possibilità che la figliuola avesse ereditato i germi della malattia che aveva ucciso la madre impensieriva il signor Roberto e lo raffermava nella risoluzione di non permettere che l’Ofelia prendesse stabile dimora nella sua casa.
Ma di tutto ciò alla signora Agnese non fu tenuta parola. Era inutile affliggerla fuori di tempo.
In mezzo alle preoccupazioni di vario genere che l’amabile bambina del capitano Atkinson destava nei coniugi Prosperi era sfumata via la grande curiosità di saper eseguita dai signori Holiday la commissione del salottino giapponese. Però, in attesa dei gingilli che dovevano adornarlo, il salotto d’angolo aveva, per la servitù e pei padroni, preso già questo nome. Si era ormai avvezzi, domandando ove fosse la signora, a sentirsi rispondere: — Nel salottino giapponese. — Ella aveva sempre avuto una predilezione per questa stanza; adesso vi passava anche più ore del solito, perchè il resto del palazzo era sossopra a cagione dei ristauri. Invece il salotto d’angolo pel momento non si toccava, e l’unica novità che vi fosse era quella delle due fotografie dell’Ofelia e del King Arthur che la signora Agnese aveva provvisoriamente collocate sopra un tavolino.
Povera signora Agnese! Me la ricordo seduta presso la finestra, intenta a ricamare od a leggere. M’aveva incaricato di comperarle qualche libro che trattasse del Giappone, e le avevo portato tre o quattro volumi ch’ella sfogliava con avidità.
— Capisco che questo non diventerà mai un salottino giapponese autentico — ella mi disse un giorno. — Prima di tutto è troppo grande, e poi vedo qui che veri e propri mobili i giapponesi non ne usano. Hanno un’infinità di gingilli e ninnoli graziosissimi e stuoie, e paraventi, e carte colorate, e specchi dipinti, e vasi, e tappeti, ma non hanno nè sedie, nè tavole, nè armadi, nè letti.... Basta; oggi le do il tè alla nostra maniera — ella soggiunse sorridendo; — nell’inverno prossimo le metterò davanti le tazzine e quel fornelletto di bronzo che i Giapponesi chiamano tribacì e che serve per tenervi in caldo l’acqua, e lei, accoccolato per terra che ben s’intende, si leverà d’impiccio come potrà.
Di lì a poco cambiò argomento e mi chiese: — Dove sarà la nostra piccola viaggiatrice?
— Ma! — risposi. — Non saprei.... A due terzi di cammino.... Nei mari della China....