— Intanto il padre gli ha lasciato tutta la disponibile, — notò Quaglia.
— Sicuro. Poi ebbe un legato da quello zio che viveva a Londra, — soggiunse Minucci.
— E le azioni del Canale di Suez che aveva comperate a 350 franchi e che rivendette a tremila!
Quest’enumerazione fu interrotta dall’arrivo del dottore.
III.
Il dottor Gelsi, un uomo maturo, un po’ curvo, giallo di carnagione, calvo, miope, salutò a destra, salutò a sinistra, — buona sera, buona sera, — chiese di volo che novità ci fossero dopo la sua ultima visita e si diresse verso la camera del cavaliere Achille, preceduto da Raimondi. La baronessa Eleonora gli tenne dietro, non senza aver ordinato al marito di custodire la cagnetta Darling, perchè bisognava assolutamente evitare la ripetizione delle scene spiacevoli avvenute fra lei e Bibì, la cagnetta di casa. In fatti, quando Darling aveva voluto accompagnare la baronessa nella stanza del fratello, Bibì, gelosissima de’ suoi diritti, era uscita digrignando i denti dal suo nascondiglio sotto il letto del padrone e le si sarebbe slanciata contro se la pronta intromissione dei presenti non glielo avesse impedito.
Con la testa immobile sprofondata nei guanciali, con una vescica di ghiaccio sulla fronte, il cavaliere Achille giaceva pressocchè inerte sul suo letto conservando un resto di vita soltanto nel braccio destro che si ostinava a uscir fuori dalle coperte, e negli occhi che giravano lentamente nell’orbita. Vigilavano assidui al suo capezzale la cameriera, un infermiere dell’ospedale e una terza persona, una donna giovine, bella, decorosamente vestita, il cui sguardo ansioso, sollecito, non si staccava mai un istante dall’ammalato.
Il dottore interrogò l’infermiere, interrogò la cameriera, ed essi, nel rispondergli, si rivolgevano a quella terza persona: — Non è vero, signora Giuseppina? — Allora Gelsi, non badando agli occhiacci della baronessa, preferì di far senz’altro le sue domande alla signora Giuseppina. Ed ella gli rispondeva con una voce dolce, una di quelle voci che si raccomandano, rispondeva chiara, precisa; non una parola di più, non una parola di meno del necessario. — Capisco, capisco, — diceva il medico. Poi si chinò sull’infermo: — Signor Achille, come va, come si sente? — Il cavaliere mosse faticosamente il capo. — Ah, — ripigliò Gelsi come discorrendo fra sè — si è scosso, ha mostrato d’intendere. — Oh, — sospirò la Giuseppina — intende benissimo.... Se potesse esprimersi!
La baronessa Eleonora s’accostò al letto, dalla parte opposta a quella ove si trovava la Giuseppina. — Achille, Achille?... M’hai riconosciuto?... Sono Eleonora.... Eleonora.... Vuoi che resti a farti un po’ di compagnia io? — E quell’io sottolineato tradiva l’intimo pensiero della baronessa. Ella si offriva di vegliar qualche ora, nella certezza che insieme con lei l’altra non avrebbe osato rimanere, o ch’ella in ogni modo avrebbe saputo mandarla via. Ma il malato ritorcendo il viso dalla sorella, fissò gli occhi sulla Giuseppina che tremava come una foglia e spinse verso di lei il braccio non colpito dalla paralisi. La giovine gli afferrò la mano e la strinse nella sua. Gelsi intervenne. — Signora baronessa, vedremo domani.... Per questa notte è meglio che in camera non ci sia gente nuova.
— Ma io....