— Eh sì; il Codice è chiaro.... Diritti intangibili non ne hanno appunto che gli ascendenti, i discendenti e il coniuge superstite.... Certo che un testamento di cui si potesse provare che fu carpito con la frode o con la violenza diverrebbe nullo.... Ma qui entriamo in un ginepraio; non sono cose delle quali si possa discorrere vagamente, a priori.... Bisogna vedere al caso pratico.... Del resto, — soggiunse Rizzoli guardando l’orologio ch’era posto sulla mensola e che segnava le undici e tre quarti, — sono anch’io d’opinione, come Raimondi, che il cavaliere Achille non abbia preso alcuna disposizione.... Un testamento per atto di notaio, a quanto mi consta, non c’è.... Potrebb’esserci in qualche cassetto un testamento olografo, ma non lo credo....
Dopo di ciò, l’avvocato chiese licenza. Aveva da discutere una causa la mattina e voleva esaminare certi documenti. Raimondi uscì con lui. — Parola d’onore, — egli disse appena giù delle scale, — a momenti finivo collo schiaffeggiare mia cugina, la baronessa.... Che cinismo!... Suo fratello non è ancora morto ed ella si è già prese le chiavi dei cassetti.... l’ho vista io a prendersele.... ed è tutta trepidante per la sua parte d’eredità.... E quegli scrupoli da santocchia.... lei!... Col suo passato!... E quella stramba pretesa ch’io la informassi degli amori d’Achille?... O per chi mi prende?... Son forse il suo salariato?... È vero, ho sempre avuto il torto di esser troppo servizievole con questi miei signori parenti.... Ma se si sognano d’abusarne!... Con quel sugo poi.... Anche in questa faccenda dell’eredità che c’entro io?... Che ci sia o che non ci sia testamento io non m’aspetto un centesimo.... Dunque perchè mi seccano? Sono pentito d’aver mandato io i telegrammi che misero in movimento questo sciame di corvi.
— Eh, caro mio, — notò Rizzoli con un risolino sardonico, — quando c’è di mezzo l’interesse, gli uomini, su per giù, sono tutti d’uno stampo.... Tu pure....
— Ti prego....
— Oh vorresti darmi ad intendere, per quanto bene tu voglia a tuo cugino Achille, che s’egli ti avesse legato centomila lire, non ti consoleresti più presto della sua perdita?
— Scettico incorreggibile! — borbottò Raimondi.
V.
Erano le cinque del mattino. Le due fiamme della lumiera a gaz del salotto erano abbassate. Nella stanza fra il salotto e la camera del malato ardeva una candela. Alle quattro la baronessa Eleonora, il conte Quaglia e Annibale Minucci erano andati a coricarsi; da un’ora vegliavano Minucci e Quaglia juniori. Vegliavano così per dire, giacchè s’erano addormentati tutti e due, il primo sopra una poltrona del salotto, il secondo sul canapè della stanza attigua. Destatisi contemporaneamente allo scoccar delle cinque, i due cugini si vennero incontro sbadigliando, col piglio annoiato di persone che adempiono mal volentieri a un ufficio antipatico.
— Se la zia Eleonora sapesse che abbiamo dormito, ci metterebbe sotto consiglio di guerra, — disse il contino Quaglia.
Minucci si strinse nelle spalle. — Per quello che c’è da fare!... La zia Eleonora è una visionaria.... A badare a lei, qui dovrebbe essere un continuo scassinare armadi, trafugar carte, e che so io ancora... Quasi quasi si correrebbe il pericolo di essere assaliti per le stanze.