Dallo spiraglio dell’uscio della portineria una fanciulla di undici o dodici anni, magra, pallida, freddolosa, assisteva non vista al passar della gente, guardava con ammirazione quelle belle signore incappucciate (almeno ella se le figurava belle), quei signori avvolti nelle morbide pelliccie, quei bimbi e quelle bimbe (oh quelle bimbe sopratutto) così ben coperte, così ben vestite, con quei mantellini dalle tinte gaie come doveva esser la loro vita, come doveva esser la loro anima. E quand’esse erano scomparse a’ suoi occhi ella le seguiva con la fantasia; le seguiva su per lo scalone, nelle sale tiepide, dinanzi alla tavola scintillante di lumi, di cristalli, d’argenteria, dinanzi all’albero di Natale carico di tanti regali preparati apposta per loro.... O perchè ci dovevano esser dei bimbi così felici e degli altri invece che stentavano il pane e non avevano da aspettarsi che i rimbrotti e le busse?
II.
Dopo le sette non venne più nessuno e il signor Barnaba poteva ripromettersi qualche ora di quiete e riposare alquanto dalle sue gravi fatiche. Rientrato in portineria, egli non era più l’uomo dalla faccia decorosamente ossequiosa che i padroni e i visitatori erano avvezzi a vedere; come per incanto la sua fronte s’aggrinziva, le sue sopracciglia si corrugavano, le sue labbra prendevano un’espressione amara e disgustata, e la sua voce di basso profondo acquistava delle note stridule ed aspre. Gli è che il signor Barnaba, intimamente convinto che la società non rendesse giustizia ai suoi meriti, accumulava nella giornata una buona dose di fiele, ch’egli poi distribuiva in equa misura tra quelli che avevano la fortuna di avvicinarlo nell’intimità. Non che fosse proprio cattivo il signor Barnaba, ma era un povero cervello in cui le più matte idee cozzavano insieme. A volte pareva più aristocratico d’un Montmorency, a volte, specie dopo la lettura dei giornali, diventava giacobino e comunardo. In tutt’e due queste fasi, sua moglie, la mite e timida siora Marianna, aveva le sue grandi tribolazioni. Perchè quando suo marito faceva il demagogo ella temeva che le pazze sfuriate di lui arrivassero all’orecchio dei padroni; quando invece egli s’atteggiava a conservatore, a persona rispettosa delle regole gerarchiche, ell’era sicura ch’egli avrebbe finito col trovar l’equilibrio del suo spirito applicando una sua massima favorita: — La subordinazione è giusta, ma bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai più forti.
E il signor Barnaba si rifaceva particolarmente sulla moglie e sulla Ninetta, ch’era quella bimba di cui abbiamo parlato prima. La Ninetta non era nè figlia nè parente del signor Barnaba e della siora Marianna: era una povera orfana, la quale veniva di mattina e di sera a prestar dei piccoli servigi in portineria, ricevendone in compenso la colazione e il desinare ch’ella portava nel suo tugurio e divideva con uno zio, abile operaio, ma giuocatore e beone, il quale l’avrebbe cacciata di casa s’ella gli si fosse presentata davanti con le mani vuote. Non era una vita allegra quella della Ninetta, palleggiata fra la brutalità dello zio e la pedanteria meticolosa e loquace del signor Barnaba, ma ell’aveva indole buona e tranquilla e sopportava la sua sorte disgraziata con infinita pazienza. Del resto, i suoi umili uffici al palazzo Costi, oltre ai vantaggi economici le procuravano anche qualche momento di svago. Già le tre camerette della portineria, sebben piccole e scure, erano una reggia al paragone di quella specie di magazzino umido ov’ella passava la notte. E poi c’era la distrazione della gente che veniva a far visita, dei barcaiuoli che apparecchiavano o sparecchiavano la gondola, dei padroni e delle padroncine che uscivano di casa o rientravano lasciando dietro di sè quel profumo acuto che hanno i signori, come la Ninetta soleva dire; senza tener conto delle volte in cui per risparmiar la fatica al signor Barnaba la bimba saliva lei stessa le scale e portava nel piano nobile un’imbasciata, un pacco, una lettera. Allora, se le riusciva di dare una capatina nelle stanze, ella ridiscendeva rossa rossa in viso con l’impressione di esser stata in un soggiorno di fate.
III.
Quella sera il signor Barnaba era più bisbetico del consueto. Egli non sapeva capacitarsi che la vigilia di Natale un uomo suo pari, anzichè goder la sua piena libertà e banchettare gli amici, fosse costretto a misurar per lungo e per largo l’androne di un palazzo e ad aprir la porta a una ventina di parassiti d’ogni età e sesso. Il mondo era proprio fatto male, e ci voleva una rivoluzione per rinnovarlo ab imis fundamentis. — Per fortuna il 1889 non è lontano e quello sarà un gran centenario.
La siora Marianna sbarrò tanto d’occhi, e il signor Barnaba soggiunse con disprezzo: — Ecco ciò che vuol dire non avere istruzione, non aver letto nulla.... E doveva toccare a me un’oca simile!.... Il 1889 è il centenario del 1789.... l’anno della grande Rivoluzione francese, quando s’è tagliata la testa ai re, ai nobili, ai preti....
— Zitto! — gridò la siora Marianna spaventata.
— Ma che zitto! — replicò il consorte. — Qui nessuno mi sente.... E se anche mi sentissero e volessero far i gradassi... sono un uomo capace di anticipar di qualche anno il centenario, io.... E il primo che deve pagarmela è il signor Schmaus, il mastro di casa.... quel tedesco petulante che cerca il pelo nell’uovo.
A questo punto, nello spirito del signor Barnaba accadde un’improvvisa reazione in senso conservativo, ed egli trovò che, quantunque ingiustamente, il signor Schmaus era suo superiore in ordine gerarchico e non aveva tutti i torti di voler rifarsi sopra di lui delle risciacquate di capo prese dai padroni. Ma, come il solito, l’indulgenza verso i superiori rese il signor Barnaba più aspro cogl’inferiori. Se il signor Schmaus si rifaceva sopra di lui, il signor Barnaba aveva ben il diritto di rifarsi su qualchedun altro.... — È come nelle fabbriche, — egli diceva fra sè con bella similitudine. — Le pietre che stanno in alto pesano sulle pietre che stanno abbasso. — In omaggio al quale principio, egli strapazzò la moglie, strapazzò la Ninetta, e finalmente, guardando di punto in bianco l’orologio, ordinò alla fanciulla di fare un salto al chiosco più vicino per prendergli il Secolo che doveva essere arrivato.