La ragazza guardò l’orologio. — Pel pranzo ci vorrà un’oretta.... o un’oretta e un quarto.... secondo il punto in cui sarà il dolce.
— Insomma, Bice, — saltò su lo zio aggrottando le ciglia, — ogni bel gioco dura poco.... Vada e torni vestita entro venti minuti, e quando torna, a qualunque punto sia il dolce, disponga perchè portino subito in tavola.... Marsch.
— Oh, — esclamò il colonnello appena rimasto solo. — È indispensabile di por ordine a questa faccenda. Colei con le sue smorfiette ottiene sempre quello che vuole.
Il peggio si è ch’ella lo faceva diventar patetico, sentimentale, lui, il colonnello Bedeschi! Non aveva dovuto rasciugarsi gli occhi, quella sera stessa, nel guardare le fotografie di famiglia? Non era stato lì lì per commoversi quando la Bice aveva evocato la memoria di quel Natale lontano? Non si crucciava fuori di luogo e di modo perchè quel caposcarico del figliuolo minore tardava a mandare gli auguri per le feste? Non soffriva all’assenza di questo ragazzo più assai che non volesse ammettere di soffrire? Non vedeva con un certo sgomento avvicinarsi il tempo nel quale Federico avrebbe dovuto andare di là dall’oceano? Non c’erano dei momenti in cui gli sarebbe venuta una gran tentazione di richiamarlo?
No, così non poteva durare. Il colonnello aveva bisogno di ricuperar la stoica impassibilità d’una volta, anche a costo di allontanar da sè la nipote. Ell’aveva diciott’anni, era piacente, graziosa, possedeva un quarantamila lire di suo, altre ventimila gliene avrebbe date lui, non doveva esser difficile di trovarle un marito.... Trovarle marito, e poi rimaner solo, con Battista, l’ordinanza, e coi veterani per commensali nelle grandi solennità.... Che bella prospettiva! Tanto bella che il colonnello, nell’eccesso della gioia, diede sulla tavola un pugno così formidabile da far quasi cadere il lume. Indi se la prese col giornale L’Esercito che gli parve indegno di avere nemmeno un associato; stracciò in due pezzi il numero che aveva fra le mani e ne fece due pallottole che scagliò a due angoli della stanza. Dopo le quali gesta tirò fuori il suo cronometro per vedere se fossero trascorsi i venti minuti ch’egli aveva assegnati alla Bice per la sua toilette.
— Venti minuti giusti, nè uno di più nè uno di meno, — disse la giovinetta entrando proprio in quel punto. Ella vestiva un abito di lana celeste con guarnizioni di peluche, portava al collo un filo di corallo, e buccole pur di corallo agli orecchi. Nei folti e lucidi capelli aveva intrecciato un nastrino di velluto rosso che ne faceva meglio spiccare il colore castano scuro e dava risalto ai suoi occhi bruni e vivaci. Del resto non aveva lineamenti regolarissimi, nè poteva dirsi bella nello stretto senso della parola, ma la persona agile e svelta e l’espressione della fisonomia dolce ed arguta ad un tempo la rendevano preferibile a molte vantate bellezze.
— Sfido un’altra a far così presto, — ella continuò avanzandosi verso lo zio, che, suo malgrado, era rimasto colpito dalla geniale apparizione. Ma egli era armato contro le seduzioni e rispose in tuono burbero: — Bene, bene.... E che necessità c’era di mettersi in fronzoli?... Tutte civette, le donne....
— Oh zio, mi son messa il vestito buono e i coralli che mi ha regalato lei il mese passato.... Dovevo lasciarli sempre chiusi in cassetto?
— Non dico questo.... Se ci fosse qualcheduno a pranzo.... Domani, per esempio....
— Oh, pegli estranei.... Se però esige che vada a mutarmi di nuovo...?