Battista voleva soggiungere qualcosa, ma la padroncina con un gesto di rassegnazione lo pregò di tacere.
Di lì a poco, nel salotto da pranzo bene riscaldato ed illuminato, zio e nipote sedevano a tavola l’uno di fronte all’altra e parevano entrambi in poco felici disposizioni d’umore. Lo zio trovava da ridire su tutte le pietanze, la nipote, d’ordinario chiacchierina e vivace, s’era ammutolita ad un tratto, e in preda a una singolare inquietudine s’agitava sulla sedia, tendeva l’orecchio ai più lievi rumori, e alzava ogni tanto gli occhi verso la mostra d’un orologio.
La Bice arrossì come uno scolaro colto in fallo, e disse: — Osservavo ch’è molto tardi.
— Bella scoperta! Di chi la colpa?
In quel momento si sentì una scampanellata alla porta di strada; la Bice balzò fuori della stanza, e Battista, che quella sera serviva peggio del solito, rovesciò una bottiglia di vino sulla tovaglia.
— Imbecille! — urlò il padrone. E avrebbe aggiunto chi sa quali altri epiteti se non fosse stata la curiosità di saper chi era venuto.
— Andate di là, — egli ordinò al domestico che non se lo fece ripetere due volte, — e tornate subito a dirmi chi è.
Ma Battista non tornò subito. Tornò invece la Bice con una strana espressione nella fisonomia, e si fermò sulla soglia.
— Ebbene? Che cos’è successo? Siamo in un ospedale di pazzi? — chiese il colonnello.
— Oh zio, — rispose la ragazza. — Se mi fa quei visacci non ho coraggio....