— Basta sentir lo zio Temistocle, — notò l’Amelia.
— Oh, lui, s’intende, — rispose la madre. — Se l’ha sposata senza un soldo è segno che a lui pareva bella....
— Pareva?... Era bella, era bella.... con o senza il tuo permesso, — ribattè infastidito l’avvocato.
— Non riscaldarti il sangue.... È evidente che tutti e due, zio e nipote, la trovavate la Venere dei Medici.... Però una Venere che preferì chi poteva vestirla di porpora e di velluto.
La signora Luisa non aveva ancora terminata la frase imprudente ch’ell’era già pentita di essersela lasciata sfuggire. Ma ormai era troppo tardi.
Una fiamma passò negli occhi di Ettore Gualtieri. Pur si contenne e con una voce che l’emozione rendeva più penetrante, — Luisa, — egli disse, — a te non è lecito ignorare per qual ragione la Teresa Rosnati abbia sposato mio zio che aveva più del doppio della sua età e ch’ella non amava. Che se tu lo hai dimenticato, stimo opportuno di ricordartelo, anche perchè i nostri figliuoli, qui presenti, non giudichino male una zia che non hanno mai vista, che forse non vedranno mai, ma dalla quale non hanno ricevuto che gentilezze.... Oh non è una storia lunga.... La Teresa era le mille miglia lontana dall’idea di quel matrimonio quando suo padre, rovinato da cattive speculazioni, si trovò in procinto di fallire. Il suo maggior creditore era Temistocle Gualtieri, stabilito da un pezzo in America, ma giunto allora in Europa per uno de’ suoi viaggi d’affari. Corso a Venezia per questo minacciato fallimento, egli vide la ragazza, se ne invaghì e ne chiese la mano. Pur d’ottenerla, non solo egli accondiscendeva ad annullare il debito che il Rosnati aveva verso di lui e lo aiutava a liquidar onorevolmente la casa, ma gli offriva un posto lucroso nel suo banco a Nuova York. D’altra parte, egli diceva chiaro e tondo che, data una negativa, si sarebbe ritenuto sciolto da ogni riguardo e avrebbe pensato unicamente a tutelare i suoi interessi. Lo si sapeva uomo che parlava sul serio; non malvagio ma insofferente degli ostacoli e memore dello offese. Onde la giovinetta divenne arbitra delle sorti del padre; accettando la proposta che l’era fatta ne salvava la riputazione, lo sottraeva alle strettezze, assicurava alla vecchiaia di lui ch’era vedovo e senz’altri figliuoli un asilo comodo, decoroso, tranquillo presso l’unica persona di famiglia che gli restasse; rifiutando, lo esponeva all’onta e alla mortificazione del fallimento, lo costringeva a ricominciare sotto ben tristi auspici la lotta dell’esistenza.... Che cosa risolvere? Vi sono momenti terribili in cui, qualunque via si prenda, si calpesta qualche sentimento sacro, si manca a qualche dovere o verso sè o verso altrui; pur bisogna scegliere, perchè la vita c’incalza e le occasioni perdute non tornano.... Ebbene, la Teresa non volle ascoltare che la voce dell’amor filiale, e accettò.... Attribuire motivi men nobili alla sua condotta, supporre ch’ella fosse abbagliata dai milioni, che quello che fu per lei un sacrificio (e qual sacrificio!) fosse un calcolo vile.... oh è segno di una gran piccolezza d’animo....
Sentendo salirsi alle labbra parole più acerbe, l’avvocato Ettore non attese neanche l’effetto della sua filippica, ma uscì bruscamente e si ritirò nel suo studio. E lì, senza testimoni, nell’ombra della stanza scarsamente illuminata dalla candela ch’egli aveva portato seco, chiamò a raccolta le sue memorie. Ricordò l’impressione provata quando la Teresa da lui conosciuta bambina gli riapparve dopo alcuni anni vissuti in collegio, ricordò le prime timide dichiarazioni susurratele all’orecchio, le promesse d’amore lette negli occhi di lei, e i dolci colloqui, e le furtive strette di mano, e i giuramenti scambievoli.... Alle famiglie non si diceva nulla perchè egli era ancora studente, e così giovine, così privo di mezzi di fortuna, così lontano dalla possibilità di prender moglie, che una domanda formale avrebbe provocato un deciso rifiuto.... Ma, pur d’aver pazienza, non bastava esser d’accordo con la Teresa?... Ohimè, nel bel mezzo di questi sogni accadde la catastrofe della ditta Rosnati.... e subito dopo, il resto.... Che colpo fu quello!... Che fieri propositi gli si agitavano nella mente!... Vedeva sangue; voleva fare una strage; uccider lo zio che gli rapiva il suo bene, uccider la crudele che lo abbandonava.... e compier la tragedia facendosi saltar le cervella sui cadaveri delle sue vittime.... Nè alla Teresa risparmiò le contumelie. La disse senza cuore, senza coscienza, la fulminò con l’accusa che poc’anzi gli era parsa così bassa ed ingiusta, l’accusa di cedere al fascino della ricchezza.... Come si calmò? Come fu indotto a più miti consigli?... Non lo sapeva lui stesso. Aveva però sempre davanti agli occhi la donna fatale e adorata più bianca d’una morta, atteggiato il viso a una pietà dolorosa; la sentiva rispondersi con un filo di voce: — Voglia Iddio che tu non abbia mai da scegliere fra il tuo amore e il tuo dovere. — E si rammentava pure che a vederla così umile, così disarmata, così pallida, il suo gran furore s’era come affogato nelle lacrime, un torrente di lacrime che gl’inondava le gote.... E tra i pianti e i singhiozzi le aveva chiesto perdono delle ingiurie, aveva cercato la sua mano, aveva baciato il lembo del suo vestito.... Ella tranquillamente, dolcemente, s’era sciolta da lui; nè egli doveva più rivederla.... Prima che succedessero le nozze egli si assentava da Venezia per non rimpatriare che quando la seppe partita.... Oh che triste ritorno!... Come, in quei primi mesi, gli pareva morta la città senza la sua Teresa! Come aveva l’animo straziato dalla collera, dal dolore, dall’amore!... Sì, anche dall’amore, poich’egli l’amava sempre.... poichè sarebbe bastata una riga di lei per riaccendergli in petto le più folli speranze.... Ma ella non si fece viva, ed egli non ne aveva notizie che indirettamente, a lunghi intervalli, per mezzo dello zio che conservava qualche rapporto con la famiglia e che veniva di tratto in tratto in Europa.... Allora egli si sforzò di dimenticarla, e vi fu un momento che credeva di averla dimenticata, e, trascorsi sei anni dal matrimonio di quella che ormai egli doveva chiamare la zia Teresa, sposò un’altra donna.... Passò un anno ancora, dopo il quale gli nacque la sua primogenita, l’Amelia. E, di lì a poche settimane, ecco capitar dalla zia un bel regalo per la piccina.... Le relazioni, rannodate così, non erano state interrotte più. Ma erano relazioni curiose. La zia Teresa non scriveva a lui, scriveva all’Amelia, anche quando l’Amelia non era in grado di leggere, e la incaricava de’ suoi saluti al babbo e alla mamma. Egli rispondeva, ma rispondeva in nome della figliuola... sino al giorno che la figliuola fu in grado di rispondere da sè. I regali arrivavano sempre più frequenti, sempre più ricchi; oltre che per l’Amelia, ce n’erano pei bimbi nati dopo, Carolina e Amedeo; era manifesto però che l’Amelia continuava ad esser la preferita, e tutta la corrispondenza con la zia ricadeva sulle spalle di lei.
Così, a poco a poco, la donna gentile prendeva un posto nella casa, era nominata, citata ad ogni occasione. Ora si diceva: — Dovrebbero arrivar presto lettere della zia Teresa; — ora: — Converrà scrivere alla zia Teresa; — ora infine le due ragazze si consultavano sul presente da farsi alla zia Teresa per la sua festa. Infatti esse le spedivano tutti gli anni un lavoruccio, tenue ricambio degli splendidi doni che ricevevano continuamente.
C’era bensì una persona a cui pareva che di questa zia Teresa si discorresse più del bisogno. Era la signora Luisa. Con l’infallibile istinto femminile ell’aveva trapelato l’antico romanzetto di suo marito e nelle sollecitudini affettuose della zia verso i nipoti sentiva uno strascico del passato. Madre tenerissima, ella non voleva distogliere i figli dal coltivare i buoni rapporti con una parente ricca e senza prole, ma le accadeva spesso, con un gesto d’impazienza, con una frase sarcastica, di tradire il suo segreto livore, la sorda gelosia che la rodeva.... Però uno scatto come quella sera la signora Luisa non l’aveva mai avuto. Ed è pur forza riconoscere che i suoi nervi le rendevano un gran cattivo servizio facendola prender fuoco come un fiammifero, proprio allora che l’effigie della presunta rivale doveva calmare piuttosto che crescere le sue inquietudini. Certo si è che con quella sfuriata inopportuna ella soffiava nelle ceneri d’una vecchia passione, induceva Gualtieri a ripiegarsi su sè medesimo, a riveder con gli occhi della fantasia, non quale l’età l’aveva ridotta ma quale ell’era a venti anni, colei che egli aveva amato con tanto trasporto. Nè la rivedeva con gli occhi della fantasia solamente.... In un cassetto del suo stipo, fra le pagine di un libro ch’egli aveva letto con lei, insieme ad un fiore che una sera ella gli aveva messo all’occhiello, egli conservava un’antica fotografia. E quella fotografia tolta ora dal suo ripostiglio gli provava ch’egli non era stato vittima d’un’allucinazione. Che gl’importava del nuovo ritratto che la Teresa, troppo savia o troppo crudele, faceva pervenire nelle sue mani dopo un quarto di secolo? Per lui non esisteva che il ritratto antico, e da quello, benchè stinto e sbiadito, veniva un profumo ineffabile di gioventù fresca e vivace. Quanta finezza in quei lineamenti! Che luce d’intelligenza e di bontà in quegli occhi dolci e pensosi! Che fascino in quel sorriso!... Ah, la sua signora consorte pretendeva che la Teresa non fosse mai stata bella? Come gli sarebbe riuscito facile di confonderla!... Ma no, no, quelle reliquie di altri tempi appartenevano a lui solo; non dovevano esser profanate da sguardi indifferenti od ostili.... Baciò ancora una volta il ritratto, ancora una volta sfogliò le carte del libro, un volume di Leopardi, diede un’occhiata al fiore, una mammola doppia che nei petali secchi e schiacciati serbava un resto di fragranza; poi rimise ogni cosa al posto di prima.
Mentre dava la chiave al cassetto dello stipo, si sentì un colpo leggero all’uscio.