Una sera che c’era un bel chiaro di luna stettero tutti e tre per una mezz’ora sul balcone d’angolo che guardava il canale. Poi alla Maria parve che tirasse un po’ d’aria, ed ella desiderò di rientrare nella stanza. L’adagiarono sul canapè con uno scialletto sulle ginocchia. La luna cadeva proprio sul suo visino affilato. Ella chiuse gli occhi. — Ti disturba il chiaro? — le domandarono. — No. — Vuoi dormire? — No, sto bene così. Parlate voi altri, vi ascolto.
Eppure di lì a poco sembrava ch’ella dormisse davvero. Faceva un gran caldo. La Tilde, in punta di piedi, uscì di nuovo sul balcone. Giorgio, un minuto dopo, la seguì piano piano.... Nessuno dei due s’accorse che la Maria s’era levata a sedere. Tutt’ad un tratto ella mise un grido acuto e cadde riversa. Li aveva visti darsi un bacio.
Non morì subito; morì il giorno appresso tra le braccia del padre a cui ella diceva, e furono le sue ultime parole: — Tu solo mi hai voluto bene.... tu solo.
Quando il piccolo corpo fu chiuso nella piccola bara, Alberto Rinucci vi si gettò sopra singhiozzando. Oh perchè non poteva esser chiuso lì dentro anche lui? Adesso sì la sua vita era veramente spezzata.
Al passaggio del funerale qualcheduno domandò: — Chi è il morto? — È la bambina Rinucci — rispose un altro dei presenti....
Aveva diciannove anni.
Fine.
DEL MEDESIMO AUTORE.
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