Adesso che Giorgio Leati era quasi sempre lontano, la Maria non aveva più motivo di esser gelosa della cugina e le aveva ridonato la sua amicizia un po’ invadente e tirannica. La Tilde, fanciullona espansiva, si compiaceva di questo affetto riconquistato, e passava presso la bambina (anche in casa degli zii la chiamavano così) tre o quattr’ore al giorno, raccontandole i pettegolezzi della Scuola superiore femminile, mettendo in canzonatura le singolarità grottesche di questo o quell’insegnante, biasimando la sguaiataggine di alcune suo condiscepole che si lasciavano pedinare per la strada e ricevevano bigliettini galanti. — A me — ella soggiungeva ridendo — questo non accadrà mai. Già son contro le tentazioni.
Alquanto più giovine della Maria (aveva l’età di Leati) la Tilde era allora nel periodo dello sviluppo ed era bruttina davvero, lunga, stecchita, con gli occhi pesti, con la tinta giallastra, con due braccia interminabili che parevano voler scivolar giù dalle maniche. Ed ella era persuasa non solo di esser brutta ma di dover rimaner tale. Diceva con una spallucciata: — Meglio così. Non verranno a seccarmi.... A me il matrimonio non piace.... Perchè si deve maritarsi?
Questo non lo capiva neanche la Maria. O che bisogno c’era d’avere un marito? La Tilde conchiudeva enfaticamente: — Noi due resteremo zitelle.
Senonchè la Tilde in brevissimo tempo subì una trasformazione radicale. Le linee della sua persona si fusero in bella armonia, la sua carnagione opaca acquistò chiaroscuri e riflessi, i suoi grandi occhi bruni su cui nessuno aveva fermata l’attenzione brillarono a un tratto di vivi splendori come le finestre d’una stanza che s’illumina improvvisamente. Chi non la vedeva da un pezzo durava fatica a riconoscerla. — È la Tilde Rinucci? — Quella ch’era un mostriciattolo? — È mai possibile?
Ella seguitava a venir dalla cuginetta ed era affettuosa, servizievole come il solito. Però non teneva più gli stessi discorsi, non aveva più gli stessi sarcasmi per le galanterie, per l’amore, pel matrimonio. La Maria la guardava triste e meditabonda; l’altra arrossiva; erano lunghi silenzi. Nell’andar via la Tilde si chinava a baciar la povera piccina, e nel suo bacio c’era una compassione immensa.
Quand’ella era uscita, la Maria pensava. — Ella l’ha avuta la sua fata, la sua fata buona. Per me non c’è niente.
Se avesse almeno potuto sapere una parte di ciò che sapevano gli altri, se non fosse stata costretta a vergognarsi quando gli altri parlavano in sua presenza delle loro letture, dei loro studi! A volte supplicava il babbo di farle insegnar qualche cosa, ed egli, con la morte nell’anima, rideva di queste sue ubbie, rassicurava che le donne sapienti sono intollerabili. Che se cedeva alle sue preghiere, alle sue lacrime, era ancora peggio. Ella non tardava a smettere, abbattuta di spirito, esausta di forze. Era troppo, troppo difficile.
Un’estate Giorgio Leati tornò in famiglia per tre mesi affine di prepararsi agli esami per l’Accademia militare. Rivide la Maria ch’era sempre uguale, ch’era sempre la bambina, e insieme con la Maria rivide la Tilde tanto diversa da quando l’aveva lasciata. Alla Maria diede del tu come in passato; con la Tilde non osò, e le chiese balbettando: — Come sta? — Avrebbe voluto dire: — La trovo tanto, tanto bella. — Ma se non glielo disse con la bocca glielo disse con lo sguardo. Ella lo intese e si fece del color della porpora. Egli, per distrarsi dall’impressione ricevuta, sedette accanto alla Maria, prese le manine di lei nelle sue, le raccontò mille aneddoti e la tenne di buon umore per un’oretta. — Vieni spesso, sai — ella gli disse.
Egli veniva ogni dopo pranzo e restava fino a sera avanzata. — Grazie, Giorgio, — diceva Rinucci — la mia povera Maria ti vede così volentieri.
Giorgio abbassava il capo. Egli sentiva di non meritar questi ringraziamenti: non veniva per la Maria, ma per la Tilde. Anzi avrebbe voluto non venire, ma una forza maggiore di lui guidava i suoi passi là dove sapeva d’esser aspettato. Eppure fra la Tilde e Giorgio non s’erano scambiati una parola d’amore; solo i loro occhi s’erano incontrati più volte, solo le loro mani s’erano intrecciate in qualche stretta furtiva. Per stordirsi raddoppiavano di sollecitudini verso la Maria ch’era anche più debole del consueto, si discervellavano per intrattenerla con storielle piacevoli, la reggevano quand’ella voleva alzarsi e camminare, le rassettavano i guanciali sotto la testa quando si metteva a giacere.