Per l’ingegno accadeva come pel resto. Non che avesse la negativa d’intender le cose; tutt’altro; ma l’attenzione un po’ seguita l’era impossibile, ma il ricordare l’era più difficile che l’imparare. A dieci anni stentava a leggere correntemente e faceva ancora le aste. — Non bisognava pretender da lei più di quello che danno le sue forze — predicavano i dottori — non bisogna costringerla a nessun’applicazione intensa.
Ma non aveva lena neanche a giuocare a lungo. Stava per lo più nel suo salottino, seduta per terra sopra un tappeto, in mezzo a una quantità di balocchi costosi che il suo babbo comperava in città o faceva venire da Parigi o da Vienna, e di cui ella non tardava ad annoiarsi. Appunto que’ suoi balocchi così belli, così diversi dai soliti, erano una singolare attrattiva per altri fanciulli i quali andavano ben volentieri a far compagnia alla bambina Rinucci. Erano quasi tutti minori di lei, ma non lo si sarebbe detto a vederli, nè essi lo credevano. Anzi ce n’era uno, di sett’anni mentr’ella ne aveva dieci, che la trattava come una sorella più giovine, dandole qualche buffetto sotto il mento con una cert’aria paterna e difendendola contro le soperchierie dei prepotenti. Ell’accettava con animo grato questa tutela affettuosa e faceva più festa a Giorgio Leati che agli altri; solo pretendeva che, come il babbo, fosse anch’egli tutto per lei, e s’arrabbiava fuor di misura, se per esempio, la sua cuginetta Tilde Rinucci, figlia dello zio Amedeo, lo invitava nel suo giardino per giuocare al volante.
In complesso era buona ma esigente e gelosa. Una governante assai gentile d’aspetto e di modi l’era divenuta insopportabile dopo che una mattina l’aveva vista passeggiare un’ora di seguito in su e giù per la sala in compagnia di suo padre che le discorreva sotto voce e le sorrideva. S’era messa subito a usarle ogni sorta di sgarbi, e a un mite rimprovero che gliene avevano fatto era andata in escandescenze, pestando i piedi, spargendo un fiume di lacrime, protestando fra i singhiozzi di non voler più che mademoiselle le venisse vicino. Nè c’era stato verso d’indurla a più miti propositi, onde mademoiselle aveva dovuto esser licenziata.
— È un capriccio — aveva detto il medico — ma se non la si contenta rischia d’ammalarsi davvero.... Ed è così debole.
La sua debolezza era la sua forza. A poco a poco Alberto Rinucci, per non vederla piangere, per non farla ammalare, preveniva tutti i suoi desideri, secondava tutte le sue fantasie. Ed ella, ne’ suoi momenti d’espansione, gli gettava le braccia al collo, lo chiamava coi nomi più dolci, gli diceva ch’egli era tanto buono e ch’ella era tanto felice.
A quindici anni, non ostante le innumerevoli cure tentate, il suo sviluppo, già così tardo, si arrestò affatto. Era piuttosto leggiadra di viso, passava di qualche centimetro la statura che si suole assegnare ai nani, non aveva deformità nel suo corpicino abbastanza proporzionato, poteva parer realmente una bambina, ma si capiva che ormai sarebbe rimasta tale per tutta la vita.
I suoi piccoli amici dei due sessi andavano in collegio, frequentavano la scuola pubblica, stringevano nuove conoscenze, acquistavano nuove abitudini, parlavano di maestri, di lezioni, di esami; ella restava tal quale; continuava a passar lunghe ore nel salotto, sfogliando dei libri illustrati o giocando con altri fanciulli che non erano più quelli d’un tempo, continuava a uscir di tratto in tratto in gondola col babbo o con la governante, a scender sulla Riva degli Schiavoni o ai Giardini, a far stentatamente due passi al sole e a rientrare a casa prima del tramonto.
Se la sera qualcheduno chiedeva a Rinucci: — Eri fuori con la tua bambina, oggi? — egli rispondeva un sì affrettato e mutava discorso.... Egli pensava che la sua Maria avrebbe ormai potuto essere una giovinetta di quelle che la gente si volta a guardar per la strada, di quelle a cui gli studenti di liceo, fra un tema di latino e un tema di greco, dedicano i loro primi versi; di quelle in fine che le mamme cominciano a prendere in considerazione come partiti possibili, pei loro figliuoli; pensava che l’avrebbe condotta alle feste da ballo, che avrebbe spiato ne’ suoi occhi lo svegliarsi dei sensi e dell’anima, che avrebbe strappato alle sue labbra le dolci e trepide confidenze.... Invece no; ell’era la bambina; nessuno l’avrebbe guardata altro che per deriderla o per commiserarla, nessuno le avrebbe parlato d’amore, nessuno avrebbe voluto vedere in lei una sposa, una nuora.... S’egli fosse stato almeno sicuro d’averla sempre al suo fianco!... Ma qualche volta gli correva un brivido per le vene e se la stringeva al petto quasi per proteggerla da un nemico invisibile che dovesse improvvisamente portarsela via.
Ella non s’accorgeva delle gravi preoccupazioni paterne; si sarebbe detto anzi che non le pesava quella sua manifesta inferiorità di fronte a’ suoi coetanei, che non sospettava l’esistenza o non la pungeva il desiderio di tutto ciò che l’era negato. O forse, come gli estranei la credevano una bambina, così si credeva una bambina anche lei.
Giorgio Leati, il suo grande amico, era entrato in collegio e non veniva a farle che poche visite all’anno durante lo vacanze. Ogni autunno la Maria trovava in lui qualche cambiamento; era sempre più aitante delle membra, più largo di torace e di spalle, più fiero, più maschio nello sguardo e nell’andatura. Passava poi per uno dei migliori della classe e non gli dispiaceva di sfoggiare la sua nascente dottrina. La Maria lo ascoltava incantata. E un giorno, appunto dopo una di queste visite e mentre il padre le raccontava certe fiabe di cui ell’era assai ghiotta, ella fece una singolare domanda: — Babbo, vi sono delle fate buone che con un colpo di bacchetta trasformino le persone piccole in persone grandi, le persone ignoranti in persone sapienti? — Rinucci ebbe una stretta al cuore e disse senz’alzare gli occhi: — Ma!... Ho paura che non ce ne siano più. — Ella sospirò: — Peccato! — E fu l’unica allusione da lei fatta alle sue condizioni.