— No, no — insistè Gustavo. — È una storia intima che non può rimanere incompiuta. Devi promettermi di finirla.
Glielo promisi. Ma non trovavo mai il verso di accingermi all’opera. Ieri egli me ne rimproverò con dolcezza. — Se tardi troppo scriverai di maniera. Scommetto che a quest’ora hai dimenticato molti particolari del colloquio che decise della nostra sorte.
— Non scommettere — replicai. — Perderesti.
Fra poco darò da leggere queste pagine a Gustavo, ed egli, leale com’è, sarà costretto a riconoscere che avrebbe perduto. Sono certa di non aver nulla dimenticato e nulla inventato; dalla prima all’ultima pagina la mia semplice cronaca non ha che un pregio, la sincerità.
FUORI DI TEMPO E FUORI DI POSTO.
I.
L’Università di X è da qualche tempo un po’ scaduta di credito; ma dieci anni or sono essa era certo tra le più riputate del Regno, e vi si contavano a dozzine i professori aventi un nome celebre nella scienza. Nella facoltà giuridica il Bertioli, il Soreni, il Mereghini, nella fisico-matematica il de Ziani e il Luserta, nella medico-chirurgica l’Astigiano e il Barelli, in quella di filosofia e lettere il Meravigli, il Dalla Volpe, il Frusti, il Teofoli, il Canavese, il Pontevecchi, ch’era anche rettore. È verissimo che molti di questi uomini insigni appartenevano alla classe dei professori che chiameremmo decorativi, perchè le loro relazioni con l’Università si limitavano a qualche lettera scritta al segretario economo per farsi mandar lo stipendio. Il Bertioli, per esempio, era senatore e i suoi doveri di cittadino lo costringevano a frequentare le sedute della Camera vitalizia; il Sereni e il Mereghini erano tutti e due deputati e avevano obblighi uguali verso la Camera elettiva; anzi il Mereghini, nel cui cranio capace alloggiavano comodamente le legislazioni di tutti i paesi del mondo, poteva considerarsi un’appendice del Ministero di grazia o giustizia, ove i successivi titolari dei portafogli si servivano di lui per l’eterno rimaneggiamento dei codici. Ciò non gl’impediva del resto di fare all’Università una lezione ogni dicembre annunziando la materia che avrebbe trattato e che naturalmente non trattava nel corso dell’anno. Il de Ziani e il Luserta, onore della facoltà matematica, ambidue senatori in pectore, erano anch’essi pieni di cariche, membri dell’Accademia dei Lincei, membri del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica, ecc., ecc., autori di relazioni e di programmi di studi in perfetta contraddizione fra loro. Dell’Astigiano e del Barelli non si parla. Erano medici di fama europea e non potevano rifiutare l’opera loro a chi li chiamasse a consulto in Italia e fuori d’Italia. Spesso li si chiamava tutti e due in una volta, giacchè essendo l’Astigiano profondo nella diagnosi e il Barelli nella terapeutica poteva accadere che il primo, infallibile nel determinare la natura del morbo, sbagliasse nel suggerire la cura, e il secondo, senza rivali nella cura, prendesse in iscambio un male per l’altro.
Del rimanente questo stato di cose conciliava le vedute delle famiglie degli scolari con quelle degli scolari medesimi. Le famiglie si riempivano la bocca coi gran nomi dei professori dei loro figliuoli; i figliuoli esultavano delle continue assenze dei professori e mancavano regolarmente alle lezioni dei sostituti.
Il rettore Pontevecchi, celebre orientalista ma non energico uomo, si consolava pensando che nella facoltà di filosofia e lettere, ch’era proprio la sua, le cose procedevano alquanto diversamente. In tanti professori non c’era che un unico deputato, il Meravigli, e anche quello andava di rado alla Camera perchè l’aria di Roma non gli era propizia. Gli altri erano puramente uomini di studio e non volevano saperne della vita pubblica.
Primeggiava tra questi il Teofoli, professore di filosofia, spirito largo ed acuto, parlatore limpido ed efficacissimo, ammirato dalla scolaresca, stimato e rispettato da tutti i colleghi. Due di essi, il Dalla Volpe e il Frusti, lo seguivano come la sua ombra, e la gente, a forza di vedere quei tre sempre insieme, aveva preso a chiamarli per celia i tre anabattisti. Il Dalla Volpe aveva moglie, una moglie terribile fino a trentacinqu’anni per la sua galanteria, da trentacinqu’anni in poi per la sua devozione: il Frusti era vedovo e grande odiatore delle donne; il Teofoli pareva deliberato a rimaner scapolo, e sebbene non partecipasse ai pregiudizi del suo amico Frusti contro il bel sesso, preferiva tenersene alla larga e frequentava soltanto il salotto della contessa Ermansi, ch’era una signora matura.