La conoscenza di Teofoli con la contessa Susanna Ermansi datava dal giorno ch’egli aveva tenuto all’Università una prolusione a cui assisteva il fiore della cittadinanza e nella quale erano adombrate le idee fondamentali dell’opera sull’origine delle religioni. Non si ricordava all’Università un trionfo simile. Che il Teofoli avesse ingegno e dottrina all’altezza del tema lo sapevano tutti, ma non tutti presumevano che insieme col filosofo non rifuggente da nessuna audacia dell’intelletto ci fosse in lui un poeta atto ad intendere ogni aspirazione dell’anima, ogni inquietudine della coscienza. Nulla nel suo discorso che ricordasse la critica superficiale, beffarda del secolo XVIII, ma una larga tolleranza, ma una simpatia schietta per tutti gli sforzi con cui l’umanità tenta di penetrare il mistero che ne avvolge, per tutte le ipotesi pie che il sentimento tramuta volentieri in certezze. Così, mentre gli uni applaudivano l’erudito, gli altri battevano le mani all’artista, che vestiva di forme elettissime gli astrusi concetti, e l’eleganti donnine, alle quali tra la messa, il magro e il confessionale non dispiace qualche spruzzo di libero pensiero, erano le più entusiaste ammiratrici del facondo professore che si faceva perdonare l’ardito razionalismo con un caldo soffio d’idealità.
In quel dì memorabile Teofoli non potè esimersi dall’esser presentato a una ventina di contesse, marchese, baronesse, eccetera eccetera, che andarono a gara per colmarlo d’elogi e per sollecitarlo a tener presto una serie di conferenze a cui esse si sarebbero fatte una festa d’intervenire.
Non c’è dubbio che la vanità dell’uomo era lusingata da questo incenso; tuttavia, egli non perdette il suo sangue freddo e non si lasciò prendere negli ingranaggi fatali del cosidetto bel mondo. Si schermì molto cortesemente dagl’inviti che gli piovevano da ogni parte, si schermì dal tener le conferenze che gli si domandavano, e di tante nuove relazioni che avrebbe potuto iniziare non ne accettò che una sola, quella della Ermansi, il cui salotto era frequentato anche da parecchi colleghi dell’Università e della quale egli conosceva da un pezzo il marito. Superba di questa preferenza, la contessa colmava il professore d’attenzioni e di regalucci; lo sapeva appassionato dei fiori e gli mandava le più belle rose del suo giardino; lo sapeva ghiotto delle frutta e gli mandava le primizie del suo orto; e quando il conte marito tornava dalla caccia il professor Teofoli era sicuro di ricevere dal palazzo Ermansi o un invito a desinare o il dono d’un capo di selvaggina, che, dopo esser stato oggetto delle cure più amorose da parte della signora Pasqua, era servito in tavola a uno dei soliti pranzetti con l’intervento di Dalla Volpe e di Frusti. In queste occasioni Teofoli diceva scherzosamente ai suoi due commensali: — Dovete pur convenire che la mia amicizia con la Ermansi ha il suo lato buono.
— Sì, sì, — borbottavano gli altri; — se tutto si limitasse a ricever dei regali di frutta e di selvaggina. Ma presto o tardi la Ermansi ti farà qualche brutto tiro.
— O che tiro volete che mi faccia? — esclamava Teofoli. — Farsi sposare no sicuramente. È maritata.
— Le donne maritate possono restar vedove.
— Il conte Antonio gode una salute di ferro. E in ogni caso la contessa è fuori di combattimento.
— Non si sa mai.... Del resto in casa sua ci vanno anche delle signore giovani.
— Oh che uccelli di malaugurio! — replicava Teofoli infastidito. — Per le giovani son vecchio io.... E sul serio, avete paura ch’io mi metta a fare il galante?
I due amici tentennavano la testa con aria lugubre, e Frusti sentenziava con la sua voce cavernosa: — Tutto è possibile.