In verità non era facile rappresentarsi il nostro Teofoli sotto l’aspetto d’uomo galante. In primo luogo gli mancava quello che i francesi chiamano le physique de l’emploi. Tozzo della persona, con una fisonomia espressiva ma irregolare, con certi movimenti bruschi e nervosi, egli non era mai stato l’Apollo del Belvedere. Nell’età critica in cui noi l’incontriamo, cioè a cinquant’anni sonati, egli aveva già la vista indebolita dalle lunghe veglie sui libri, aveva sull’ampia fronte i segni dell’intensa applicazione mentale, e i capelli radi e grigi non lasciavano nemmeno sospettare la chioma folta e ricciuta ch’era stata forse l’unica bellezza della sua infanzia. Vestiva con proprietà ma senza la minima ricerca d’eleganza; soprabito nero di taglio professorale, cravatta pur nera, calzoni e guanti scuri, cappello a tuba, occhiali fissi, mazza d’ebano col pomo d’avorio. Certo che a sentirlo discorrere si dimenticava la sua apparenza infelice. Non lo si poteva confondere coi Dalla Volpe, i Frusti e similia, che portavano la cattedra dovunque andassero. Egli era piacevole, arguto, alieno da qualunque pedanteria, e aveva uno spirito così largo e una cultura così varia che nessun argomento grave o leggero lo coglieva alla sprovveduta. E anche con le signore era amabile e disinvolto più che non si sarebbe supposto in un uomo tanto dedito agli studi. Non che di tratto in tratto non gli accadesse di commettere qualche goffaggine, di toccare qualche tasto falso, di dir qualche madrigale che sentiva di rancido e di stantìo, ma eran peccatucci veniali che gli si perdonavano volentieri, in grazia delle molte sue qualità.
Anzi alla contessa Susanna non bastava averlo frequentatore assiduo del suo salotto; ell’avrebbe voluto accaparrarselo per la sua villeggiatura. — Venga a passare un mesetto con noi.... due settimane almeno.... nel nostro romitorio di Sant’Eufemia, a tre ore dalla città, in luogo tranquillo, con aria salubre e vista incantevole.... Venga, venga. Farà un vero piacere a me e a mio marito.... E sarà in libertà piena.... Potrà portarsi i suoi libri, le sue carte, potrà studiare.... Da noi non ci sono cerimonie, non ci sono etichette.... Ospiti, o nessuno, o pochissimi, e gente alla buona.... Venga, venga.
Il conte Antonio faceva eco alla moglie. E pigliando a parte il professore, soggiungeva in segreto: — Se ci onora della sua visita le mostrerò la mia collezione di edizioni rare del 1600. La tengo in campagna per godermela nelle giornate di brutto tempo.... Qui ho altre occupazioni.... Ma in campagna quando non posso andare alla caccia non trovo divertimento maggiore che quello di starmene fra i miei vecchi libri.
Notiamo fra parentesi che chi avesse argomentato da ciò che il conte Antonio Ermansi fosse una persona colta avrebbe pigliato un bel granchio. Il conte Ermansi era un bibliomane; nulla più e nulla meno. Egli non amava i libri per sè, ma per le loro curiosità tipografiche. E anche le sue ricerche in proposito si limitavano al secolo XVII. La più preziosa opera stampata nell’anno 1599 non valeva per lui quanto la più stupida stampata nel 1601. D’altra parte, nello stesso secolo XVII egli non si curava affatto degli autori celebri, noti, i cui scritti erano stati pubblicati e ripubblicati; a’ suoi occhi non avevano pregio che gli oscuri, quelli che nessuno conosceva, quelli che forse in tutta la loro vita non avevano dato alla luce che un misero opuscolo di venti pagine. Già il conte Ermansi non leggeva nè i volumi grandi, nè i piccoli; una volta sicuro che del libercolo da lui scovato fuori su un muricciuolo non c’erano che cinque o sei esemplari in Europa, egli era contento come una Pasqua. Del resto, non era più noioso degli altri della sua specie.
Comunque sia, è probabile che la collezione del conte Ermansi esercitasse una scarsa attrattiva sul professore Teofoli e contribuisse a fargli rimandar da un autunno all’altro l’accettazione dell’invito. Egli si scusava adducendo la sua antica abitudine d’intraprender nelle vacanze un lungo viaggio fuori d’Italia, a Parigi, a Vienna, a Berlino, a Londra, a Edimburgo, allo scopo di rovistar biblioteche, di annodare o di rinfrescar conoscenze coi confratelli di studio sparsi pel mondo. Guai per lui se cedeva alla tentazione d’impigrirsi negli ozi campestri.
Ma gli Ermansi non si davano per vinti. No, no, badasse a loro. Un po’ di quiete è indispensabile sopratutto agli uomini che affaticano molto il cervello. Avrebbe lavorato meglio dopo. In ogni modo, non si pretendeva ch’egli rinunziasso al suo viaggio. Avrebbe fatto un viaggio più breve, ecco tutto.... Anzi, se si fosse trovato male, sarebbe ripartito il giorno dopo il suo arrivo, senza che nè lei nè suo marito se ne adontassero.... Ma s’immagini. Con un vecchio amico!...
Alla lunga Teofoli si lasciò carpire una mezza promessa per l’autunno 187.... Non voleva impegnarsi, ma insomma, se gli era possibile, al ritorno dalla Germania sarebbe passato a fare una visitina a Sant’Eufemia.
E avvenne proprio così.
III.
Dalla Volpe e Frusti non seppero nulla di questa visita. Nelle vacanze i tre indivisibili si dividevano. Quell’originale di Dalla Volpe, appena finiti gli esami, partiva per ignota destinazione, guardandosi bene di dare a chicchessia il suo indirizzo. Non voleva che la moglie potesse raggiungerlo nè con la persona nè con le lettere. — Il mio matrimonio — egli diceva — non mi accorda ormai altro benefizio che questo; di poter viver tre mesi lontano dalla mia dolce metà, di starmene pacificamente in qualche angolo remoto del mondo cullandomi nella beata illusione d’esser scapolo o vedovo, o pensando almeno che la cara Luisa urla, strepita, sbuffa ed espia i suoi vecchi peccati senza di me.