— Non crederai mica che la Serlati lo prenda sul serio?
— Lo so anch’io che non lo prende sul serio. È però una gran noia l’averlo sempre tra i piedi.
— Speriamo che quando ella lo avrà reso completamente ridicolo lo getterà da parte.
— Sì, sì.... intanto si rende ridicola anche lei.
— Oh — notò l’interlocutore che prendeva le cose con maggior calma — una donna bella come la contessa non si rende mai ridicola.
Lo studente non intese più di così, ma quello che aveva inteso, unito con quello che aveva visto, gli bastò per riferire ai suoi condiscepoli che la donna alla quale il professore Teofoli prestava i suoi omaggi era la contessa Serlati, una creatura deliziosa, nel primo fiore degli anni, un bocconcino insomma più adattato agli scolari che ai professori. E quei bravi ragazzi che pur volevano un gran bene a Teofoli, che lo consideravano un luminare della scienza, che l’avrebbero difeso accanitamente contro i suoi detrattori, provavano in quell’occasione una specie d’animosità contro di lui e si sentivano disposti a far eco a quel mezzo cretino del marchese di Montalto che con tanta disinvoltura gli aveva dato del balordo. Gli è che se non capita mai il momento in cui il balordo paia un uomo di spirito, ci sono anche troppi momenti nella vita in cui l’uomo di spirito pare, ed è davvero, un balordo.
IV.
Dunque non c’era più dubbio: il professore Teofoli era innamorato (spiritualmente, platonicamente) della contessa Giorgina Serlati. Questa malattia (non si poteva chiamarla con altro nome) l’aveva côlto in villa Ermansi e la contessa Susanna n’era dolente ed indispettita. Può darsi che nel suo dolore e nel suo dispetto entrasse un po’ di gelosia, poichè la Ermansi, senza essersi mai sognata che la sua relazione con Teofoli uscisse dai confini d’un’onesta intimità, s’era avvezza a considerare il buon professore come cosa sua e non desiderava ch’egli stringesse dimestichezza con altre famiglie. Ma sarebbe ingiusto il negare che i suoi sentimenti fossero dettati da una sincera amicizia. Le spiaceva veder incamminarsi per una via senza uscita un brav’uomo a cui ell’era affezionata, e avrebbe voluto salvarlo finch’era in tempo. Bisogna convenire però che l’impresa non era facile. Mettere in guardia un innamorato contro la sirena che lo affascina è probabilmente un aggiunger esca al fuoco ed è poi quasi sempre un farselo nemico. D’altra parte il dire a una donna galante che non lusinghi un suo corteggiatore pel male che potrebbe derivarne a lui è come parlare a un sordo. La donna galante non consentirà mai, senza una suprema necessità, ad assottigliare la schiera dei suoi cicisbei. Se ce ne sono di quelli che soffrono, di quelli che muoiono, tanto peggio per loro. Così le pratiche della contessa Ermansi non riuscirono che a render più freddi i suoi rapporti con Teofoli e con la Serlati. Il professore continuava a frequentar casa Ermansi, ma era sulle spine quando non ci trovava la Serlati, e quando ce la trovava non aveva pace finchè non l’era seduto vicino. La Serlati, dal canto suo, si godeva a mettere in burletta la Ermansi, e ne imitava i modi, i gesti, la voce, e la chiamava dottoressa e maestra di buoni costumi.
Ma insomma, si domanderà, che cos’era questa Serlati? E a quale scopo faceva ammattire quel povero Teofoli che non era giovine, che non era bello, che non apparteneva alla società ov’ella brillava come uno degli astri più fulgidi?
La contessa Giorgina Serlati era una civetta; e questa parolina di sette lettere è grave di significato. Essa è nel medesimo tempo un’accusa e un’attenuante. Perchè le civette di prima qualità, le civette di razza (e la Serlati era una di queste) hanno, voglia o non voglia, qualche cosa di spontaneo e d’irresponsabile che disarma le collere e tempera i rancori. Gli avvocati della forza irresistibile non potrebbero trovar campo più propizio alle loro eloquenti perorazioni. Quand’una è nata civetta, ella è tale senz’accorgersene, senza volerlo; vicina ad un uomo qualunque sia, sfoggerà le sue arti di seduzione, non perchè quell’uomo le piaccia, ma perchè non può a meno di far così. E se gli uomini saranno parecchi, avrà per ciascuno una preferenza, un’attenzione particolare. In un salotto, in un ballo, confiderà a questo il ventaglio mentre accorda un valzer a quello, permetterà che uno raccolga un suo guanto e che un altro raccolga un suo fiore, s’appoggerà voluttuosamente sul cavaliere che le dà il braccio, e lascerà cader uno sguardo pieno di simpatia sullo spasimante timido e sconosciuto che s’è messo sul suo cammino per vederla passare, per toccar un lembo della sua veste, per essere avvolto dal suo respiro. Susciterà desideri a cui non partecipa, speranze ch’ella non si sogna di appagare, rivalità che non si cura di estinguere, inconsapevole del male che fa, pronta a mostrare uno stupore ingenuo e sincero se vi sia chi osi rinfacciarglielo, perch’ella è convinta di far piuttosto del bene come fa il sole quando risplende sui forti e sugli umili. E il peggio si è che s’ella tenta correggersi e per un momento accenna a riuscirvi, ella perde le sue maggiori attrattive, onde quelli stessi i quali le rimproveravano la sua civetteria, le rimproverano il suo sussiego e la sua mancanza di naturalezza, e a lei non resta altro partito da prendere che di tornare ciò ch’era prima.