Era evidente che Teofoli doveva averla incontrata in villeggiatura dagli Ermansi ove quell’autunno c’era stata più gente del solito, e ove con una magnanimità degna di lode la contessa Susanna, riconoscendo la propria insufficienza fisica, aveva invitato anche cinque o sei signore giovani e belle. La più bella, la più giovine era la contessa Giorgina Serlati, sposa da due anni di un lontano parente degli Ermansi, vissuta fino allora tra Roma e Parigi e rassegnata adesso, per riguardi di economia, al soggiorno meno costoso di X.... Questa Giorgina non s’era vista a X che di passaggio subito dopo il suo matrimonio, e aveva prodotto una notevole impressione per la singolare avvenenza dell’aspetto e per la festività un po’ rumorosa e bizzarra del carattere. La dicevano adesso ancora più seducente, ancora più originale; insomma una di quelle che paiono nate apposta per corbellare gli uomini. Aggiungasi un marito melenso, insignificante, persuaso da un pezzo della vanità d’ogni suo tentativo d’invigilar la moglie, e disposto a chiuder un occhio pur di esser libero d’occuparsi de’ suoi cavalli e delle sue galanterie di bassa lega.

Che fosse mai questa la donna che faceva girar la testa al professore Teofoli? È ben vero ch’egli poteva esser suo padre; ma non importa. In amore, le bestialità più grosse sono le più probabili, e non c’era da stupirsi se Teofoli a cinquant’anni sonati aveva preso una cotta per una donna di ventidue o ventitrè. In ogni caso, la faccenda si sarebbe chiarita appena gli Ermansi avessero abbandonato la villeggiatura, tirandosi dietro gli ospiti che rimanevano ancora presso di loro. E i Serlati erano appunto tra questi.

Ora il 25 novembre di quell’anno il professor Teofoli finì la sua lezione dieci minuti prima che il bidello suonasse la campana, e, congedandosi nell’atrio da tre o quattro studenti che avevano l’abitudine di accompagnarlo a casa, entrò in un fiacre appostato presso il portone dell’Università.

— O dove andrà il professore? — chiesero due di quei bravi giovinotti.

— Ve lo saprò dire più tardi — soggiunse un terzo che non aveva fretta di far colazione. E senza por tempo in mezzo montò in un altro fiacre che passava di là ed era vuoto.

Teofoli non si recava in nessun luogo illecito e misterioso. I due fiacre si fermarono alla stazione. Il professore discese dal suo e lo studente fece lo stesso; il professore si mise a passeggiare su e giù in atto d’uomo che aspetta, lo studente andò a sedere al caffè.

Circa dieci minuti dopo giunse una corsa, e Teofoli ch’era riuscito a spingersi fin sotto la tettoia ricomparve in mezzo a una folla di persone tra le quali lo studente riconobbe i coniugi Ermansi. Ma più dei coniugi Ermansi lo colpì una signora giovine, alta, bellissima, dai grandi occhi bruni che lampeggiavano sotto la veletta, dal corpo svelto e flessuoso, dalla voce argentina, squillante. La seguiva a pochi passi di distanza un uomo pur giovine, in soprabito grigio, dall’aria annoiata, certo il marito. Al fianco di lei c’era Teofoli e le parlava animatamente, e teneva sul braccio un suo impermeabile, e si tirava dietro col cordino una cagnetta pinch alla quale la bella signora slanciava degli sguardi teneri chiamandola a nome: Darling, Darling. Facevano parte della brigata altri tre o quattro signori, senza tener conto d’un codazzo di servi d’ambo i sessi, carichi di valigie, di sacchi da viaggio, di panieri, d’ombrelli e perfino di gabbie di canarini.

Fuori c’erano le carrozze, e la comitiva si divise con gran dimostrazioni di cordialità. Gli Ermansi salirono in un landau chiuso, l’altra coppia prese posto in un legno scoperto insieme con la cagnetta. Però nel momento che il cocchiere stava per allentar le redini sul collo dei cavalli la signora disse una parolina a Teofoli, e questi ch’era ancora ritto davanti allo sportello mise il piede sul montatoio e con una prestezza di movimenti di cui non lo si sarebbe creduto capace fu in un attimo nella carrozza seduto accanto alla bella persona che lo aveva invitato.

Rinvenuto appena dalla meraviglia di veder il suo professore dileguarsi in quell’equipaggio signorile e al fianco di quella splendida fata, lo studente colse a volo alcune frasi d’un colloquio fra due zerbinotti ch’erano arrivati anch’essi in compagnia degli Ermansi e che s’avviavano in città a piedi seguiti da un fattorino a cui avevano consegnato il loro piccolo bagaglio.

Uno di questi zerbinotti che lo studente conosceva di nome, il marchese di Montalto, diceva dispettosamente all’amico: — Alla lunga quel balordo di Teofoli dà sui nervi.