Il conte Ercole sorrise. — Basterà che rimanga finchè principia il turno delle visite. Non avrà tanto da aspettare. Mia moglie conosce ormai mezza città.
— Pur troppo, — avrebbe voluto rispondere il professore. Ma si contentò di protestare ch’egli era ben lieto di consacrar l’intera serata alla sua ottima amica.
Su in casa lo s’introdusse in un salottino bene riscaldato, bene illuminato, pieno di ninnoli altrettanto inutili quanto eleganti, e lo si pregò di attendere. La contessa finiva di vestirsi.
Di lì a pochi minuti ella comparve abbottonandosi i guanti e seguita dalla cameriera che teneva spiegata una mantellina di stoffa bianca con guarnizione di cigno.
— Lo sapevo bene che su voi si può fare assegnamento, — ella gli disse stendendogli la mano. — Avete anticipato.
— Oh.... di qualche minuto.
Ella si affacciò allo specchio. — Ecco, per non lasciarvi solo son venuta a compier qui la mia toilette.
Si rivolse alla cameriera. — Maria, infilami la mantellina.
La contessa Serlati quella sera era proprio un amore, con le sue belle braccia nude, con l’abito di raso nero aperto sul davanti, con un monile di perle intorno al collo di neve, e senz’altro ornamento in testa che una camelia d’un color roseo pallido che faceva spiccare il castano scuro de’ suoi capelli.
— Mi par di leggervi in cuore, — ella disse mentre dava un’ultima occhiata allo specchio. — Queste donne non finiscono mai di lisciarsi, di contemplarsi.... Tutte un impasto di vanità....