— Oh contessa....

— No, no, in fondo avete ragione.... Ma se siamo fatte così? Se la cura della nostra persona e del nostro abbigliamento è parte del nostro decoro, della nostra dignità?

— Ed è naturale, — rispose con galanteria il professore. — Quando la persona è un’opera d’arte merita bene il conto di occuparsene.

— Sempre gentile, — ella soggiunse avvicinandosi.... — Io però credo d’esser delle più spiccie a vestirmi.... Me ne appello alla Maria.

La cameriera chinò il capo assentendo.

— La carrozza? — domandò la contessa.

— È pronta.

— Andiamo allora.

Il professore Teofoli era stato più volte in carrozza con la contessa, ma solo con lei, di sera, in un legno chiuso, non c’era stato mai. Si sentiva al tempo stesso orgoglioso e turbato di quella vicinanza, di quel tepore, di quel profumo che l’avvolgeva. Dai lampioni della strada entravano ogni tanto dei fasci di luce nel landau, ed egli vedeva quella testina adorabile voltata dalla sua parte, quei grandi occhi scintillanti, quelle labbra rosee fatte per sorridere e per baciare.... Oh com’egli capiva che per un bacio di quelle labbra rosee si desse la vita!... Se avesse osato?... Ma l’età dell’audacia era passata da un pezzo.... E poi egli non era stato giovine nemmeno a trenta, nemmeno a venti anni.... come poteva esser tale a cinquanta?

— Non avete niente da raccontarmi? — disse a un certo punto la Serlati. — A che pensate stasera?