Mercoledì, 2 giugno.

Il colèra è da lunedì in qualche descrescenza, ma seguita a colpire più d’una trentina di persone al giorno. La città è squallida e triste. Dietro le vetrine delle botteghe non si leggono che avvisi mortuari di persone uccise dal fiero morbo, dal crudo morbo, dall’inesorabile morbo, eleganti perifrasi per indicare il colèra senza nominarlo. Le muraglie sono coperte di manifesti sesquipedali che vantano al pubblico le glorie di questo o quel preservativo infallibile.

Si vanno aprendo collette e istituendo comitati: della Croce verde, della Società del Bucintoro; si annunziano distribuzioni gratuite di commestibili, questue per le case, ecc., ecc.; tutta roba che fa salir la mosca al naso al colonnello Struzzi. L’ho sentito stamattina esprimere le sue opinioni in proposito alla Gegia. Che Croce rossa, o verde, o bianca?... Buffonate di gente che vuol mettersi in evidenza e magari buscarsi un cavalierato.... Ci credete voi al colèra?.... Non vi domando il vostro parere; può importarmene molto del vostro parere!... Ma vi dico io che non c’è colèra, non c’è che un branco di vigliacchi che scappano e un manipolo di vanitosi che si arrampicherebbero sugli specchi per richiamare l’attenzione sopra di sè.... Come quei dottorini della policlinica che girano per la città in cerca di colerosi, e quando non ce ne sono se ne inventano.... Saltimbanchi, saltimbanchi!... Oh nel 1849 sì che ci fu il colèra a Venezia, e avevamo più di quattrocento casi in un giorno.... Ma già voi non eravate neanche nata nel 49... Peggio per voi che vi toccherà stare di più in questo mondaccio.... Cosa c’è? Dove andate?

— Ma.... — balbettò la ragazza — hanno suonato alla porta di strada.

— Che aspettino.... Fin che parlo io, voi dovete rimanere.... Dove avete imparato la creanza?

In quel momento suonarono di nuovo, e siccome sapevo che la signora Celeste era uscita e ritenevo quindi che fosse lei, andai io stessa ad aprire.

Era invece il professore Verdani che aveva dimenticato la chiave di casa e veniva a prenderla. Figuriamoci com’egli rimase quando vide me sul pianerottolo, come arrossì, e quante scuse mi fece. Gli dispiaceva proprio d’avermi disturbata.

— Un disturbo piccolo — risposi; — La Gegia è tenuta in chiacchiere dal signor colonnello.

— Ah! — fece il professore.