La sua camera è dirimpetto alla mia, dall’altra parte del corridoio, e io comincio a gustar le gioie di sì amabile vicinanza la mattina quando la Gegia, la donna di servizio, va per tempissimo ad aprirgli le imposte. Allora egli inizia la giornata scagliandosi contro di lei o perchè è venuta troppo tardi o perchè è venuta troppo presto, e le dà della marmotta, della buona a nulla, concludendo col dire ch’è veneziana, e tanto busta. Poichè il colonnello, sebben veneziano nelle midolle, ostenta un grande disprezzo pel suo paese e pe’ suoi concittadini. Più tardi il bizzarro uomo si raddolcisce con la Gegia, ma ne fa la sua vittima in un altro modo, costringendola a ricevere i suoi sfoghi contro tutto e tutti, dai cuochi della trattoria che lo avvelenano coi loro manicaretti sino al ministro della guerra che lo ha messo in pensione prima di nominarlo generale. E una volta toccato questo tasto, non la finisce più. A differenza dei veterani che si vedono nelle commedie, ruvidi, brontoloni, ma pronti a rasserenarsi se possono discorrere delle loro gesta, il colonnello o si pente, o finge di pentirsi di tutto quello che ha fatto. È stato un prode, ha preso parte alle guerre d’indipendenza dal 1848 in poi, s’è guadagnata la medaglia al valor militare sul campo di Custoza e dichiara che doveva invece tenersi un banco di lotto come aveva suo padre, e non mischiarsi di politica, e non andar incontro alle palle e alle sciatiche per quelle fanfaluche che si chiamano libertà e indipendenza. Ma che libertà! Ma che indipendenza! Valeva la spesa di gettar via gli anni più belli della vita perchè cinquecento arruffoni potessero empir di chiacchiere quella loro gabbia di matti a cui diedero il nome di Parlamento?

Queste filippiche si rinnovano più volte nel corso della giornata sotto forma di soliloqui, specialmente quando il colonnello legge i fogli che gl’irritano i nervi, ma dei quali non può star senza. — Buffoni! — egli esclama di tratto in tratto rivolgendosi a interlocutori immaginari — Asini e buffoni!

Alle quattro pomeridiane il mio bell’originale esce di casa e va a deliziare con la sua festività i tavoleggianti del caffè e del restaurant; rientra poi alle dieci, e nelle rare occasioni in cui è di buon umore dice alla Gegia nell’atto di prendere il lume dalle sue mani: — Vado a mettermi orizzontale — locchè significa che va a letto. Se invece ha la luna a rovescio, ed è ciò che accade per solito, borbotta quattro impertinenze a modo di felice notte e si chiude con malagrazia nella sua camera per riaprir l’uscio di lì a poco e gettarne fuori gli stivali che talora vengono a battere sulla mia parete.

Ebbene; non c’è dubbio che il colonnello sia un vicino poco piacevole; ma in fin dei conti non fa male a nessuno e sento che mi parrà molto strano di non udir più la sua voce.

In quanto al professore Verdani egli è il perfetto contrapposto del colonnello. È un giovine pallido, studioso, timidissimo, taciturno. Lo incontro spesso per le scale ed egli si fa piccino piccino, e tenendosi alla propria destra rasente al muro si tocca col dito la tesa del cappello e bisbiglia un impercettibile: — Riverisco.

Il buon professore è l’idolo della signora Celeste. Così scrupoloso nel pagar la sua mesata, così pieno di riguardi, così affabile con lei e con la Gegia! È una brava persona anche, un uomo che col tempo diverrà famoso. La signora Celeste non se ne intende, ma glielo assicurò il bidello della scuola ove il professore dà le sue lezioni.... Ha ormai stampato dei libri!... A questo proposito la signora Celeste mi mostrò in gran segretezza un opuscolo ch’ella aveva preso sulla tavola del Verdani, un opuscolo composto proprio da lui e del quale egli aveva ricevuto dallo stampatore una cinquantina di copie, tantochè non si sarebbe nemmeno accorto del piccolo furto. Quell’opuscolo la signora Celeste non lo leggeva, perchè già non aveva confidenza con la lettura, e in ogni caso l’argomento era troppo difficile per lei.... Ma se volevo darci un’occhiata io che avevo studiato alla scuola superiore femminile?

Lo apersi per curiosità, e lessi il titolo: Angoli di due spazi contenuti nello spazio a N dimensioni.

Santo cielo! Questo è arabo, persiano, sanscrito.

So dalla Gegia che oggi i miei due coinquilini si sono occupati entrambi di me, mostrandosi, ciascuno a suo modo, dolenti della mia partenza. — Chi sa chi verrà in luogo suo — brontolò il colonnello — quella lì almeno non recava disturbo.

E il professore disse: — Mi dispiace davvero. Una signorina tanto per bene.