— Andrebbe, Dio guardi, fra i Turchi?

— Ci sono anche dei Turchi, ma la città appartiene ai Russi, che sono cristiani.

— E ha preso una risoluzione simile così su due piedi? — seguitò la buona donna che non sapeva darsi pace. — E può serbar questa calma?

— Cara signora Celeste — dissi io — bisogna far di necessità virtù.

Del resto, la mia calma non era che apparente, e poi che fui nella mia stanza ed ebbi dato il chiavistello all’uscio mi gettai con la faccia sul letto, e inondai i guanciali di lacrime, e mi parve che sarei stata tanto contenta se avessi potuto ritirare il telegramma e non partir più. Ma ormai non c’era rimedio.

Il male si è che quanti più giorni passano tanto più sanguina la ferita che questo prossimo distacco dalla mia patria mi ha aperto nel cuore. Provo dentro di me un non so che d’inesplicabile. Questa città dove son nata e cresciuta, di cui ho percorso forse tutte le strade e calcato tutte le pietre, acquista ora per me un fascino nuovo; non posso uscir di casa senz’aver qualche argomento di sorpresa. Dico a me stessa: — Come? Non m’ero mai accorta di quell’effetto di luce, di quel contrasto di colori, di quello scorcio così pittoresco? Cara, cara Venezia!... Mi piacciono persino le suo brutture, le sue bicocche più diroccate, le sue calli più anguste, i suoi rii più sudici. E anche questa è curiosa. Cento faccie indifferenti che ho incontrato mille e mille volte sul mio cammino, cento faccie di persone delle quali ignoro il nome pigliano oggi a’ miei occhi un aspetto insolito; mi sembra quasi ch’esse mi guardino con simpatia; mi sembra che, s’io le incoraggiassi, le loro labbra si moverebbero per consigliarmi di non partire, di restar qui, in mezzo ad amici.

Illusioni, fantasie d’un cervello malato. Evidentemente è così, ma sento anche che quando sarò nella terra d’esilio, quando non vedrò più il bel cielo d’Italia nè al mio orecchio sonerà il nostro dolcissimo idioma, sarà un conforto per me il cullarmi in queste fantasie e in queste illusioni. Voi mi aiuterete a evocarle, o pagine discrete, alle quali confido i miei pensieri più intimi.


Martedì, 1º giugno.

In casa della signora Celeste, ch’è vedova d’un impiegato e alla sua magra pensione aggiunge il po’ che guadagna affittando camere ammobigliate, ci sono, oltre a me, due inquilini, il professor Verdani, bolognese, che veggo di rado e non sento mai, e il cavaliere Struzzi, colonnello in pensione, che non veggo quasi mai e che sento sempre.