Gli è che mi trovo in un momento solenne della mia vita, un momento di cui desidero raccogliere e serbar tutte le impressioni e tutti i ricordi. Sto per abbandonar forse per sempre la mia città, la mia patria, sto per andar a migliaia e migliaia di miglia da qui, in un paese di cui ignoro la lingua, dove sarò a poco a poco dimenticata da conoscenti ed amici, dove, passati alcuni mesi, non mi giungerà più una parola dalla mia Venezia.... Non è morire, ma ci somiglia.
Scommetto che chi leggesse queste righe direbbe: — Ah, una ragazza che si marita all’estero.... Solite smorfie.
Non mi marito. Senza esser bella non sono neanche un mostro, ma il fatto si è che ho venticinqu’anni compiuti e il mio sposo è sempre di là da venire. Intanto vado a Tiflis a raggiungere un mio fratello che è stabilito laggiù e al quale, dopo la morte del povero zio, il mio unico sostegno da quando son rimasta orfana, dovevo pur scrivere per dir ch’ero sola e che, una volta venduti i quattro stracci che avevo, sarei rimasta sul lastrico. Fu una grande umiliazione, perchè di quell’Odoardo, sebbene mio fratello, io rammento appena la fisonomia; perchè ci siamo scambiate con lui forse tre lettere in tutta la vita; e perchè infine, com’io sento pochissimo la famosa voce del sangue, così non posso pretendere che la sentano molto gli altri.... Che cosa importa chiamarsi fratello e sorella quando non s’è cresciuti insieme, quando non s’è avuta nessuna comunanza di pensieri, di dolori, di gioie?
Eppure, come si fa? Con l’educazione da signorina che ho ricevuto, guadagnarmi di punto in bianco da vivere m’era impossibile. Non sono un’ignorante, ma non so nessuna cosa in modo da accingermi ad insegnarla; non l’italiano e non il francese, non la musica e non il disegno. Forse con un po’ di studio, con un po’ di pazienza ci riuscirei, e in verità quello ch’io desideravo da Odoardo, il quale ha voce d’essersi messo da parte una discreta fortuna, si era ch’egli mi passasse un modesto assegno mensile fintantochè io fossi in grado di bastare a me stessa. Egli però, con tutto il suo comodo, mi rispose che poteva fare una cosa sola: prendermi seco. Avrei avuto una posizione agiata, indipendente, sicura, e lo avrei certo risarcito ad usura dell’ospitalità ch’egli mi offriva tenendogli in ordine la casa, o a meglio dire permettendogli di avere una casa propria in luogo di essere in balìa di gente mercenaria. Ci pensassi su, e se accettavo la sua proposta gli spedissi un telegramma. Egli mi avrebbe subito rimesso i fondi per il viaggio. Un viaggio, a sentir lui, che non deve spaventarmi. Io non avevo che da prendere il vapore fino a Costantinopoli; egli mi sarebbe venuto incontro colà, dove lo chiamavano alcuni affari e dove si sarebbe trattenuto fino alla metà di luglio; da Costantinopoli un altro piroscafo ci avrebbe condotti insieme a Odessa, nel qual porto gli conveniva pure di fare una piccola sosta; di là ci saremmo imbarcati per Batum. Da Batum a Tiflis c’è la strada ferrata. Badassi bene di telegrafargli entro una settimana dall’arrivo del suo foglio; prima almeno del 30 di maggio, giorno in cui egli doveva partire senza fallo per Costantinopoli.
Questa lettera, lo confesso, mi suscitò una tempesta nell’anima. Rispondere di sì era proprio giocare un terno al lotto; se c’era incompatibilità di carattere tra mio fratello e me, se il clima di Tiflis non si confaceva alla mia salute, se m’assaliva la nostalgia?... Ma d’altra parte risponder di no era precludermi la sola via d’uscita dagl’impicci in cui mi trovavo, era mettermi nella necessità di batter di porta in porta alla ricerca d’un’occupazione pur che sia, e, peggio ancora, espormi alla mortificazione delle beneficenze mal simulate; inviti a desinare o in campagna, regali d’abiti dimessi e altre cose simili.... Alla lunga poi, qualcheduno mi avrebbe detto: — Ma, cara Elena, perchè vi siete lasciata sfuggir la buona occasione? — E allora mi sarebbe convenuto scrivere di nuovo a mio fratello, spiegargli le mie contraddizioni, pregarlo di compatirmi, d’accogliermi!... No, no, a questo non volevo assolutamente arrivarci.... Aggiungasi al resto il colèra che ha spopolato la città, che mi toglie perfino la speranza di procurarmi qualche lezione....
Troncai gl’indugi, e prima che spirasse il termine stabilito spedii il dispaccio.... Adesso attendo il danaro.
Non m’ero consigliata con anima viva. Consigliarsi in cose di poco rilievo, passi; ma in cose gravi, Dio mio!... È il vero modo per non venir più a capo di nulla. Ognuno dà un parere diverso e si finisce coll’aver la testa come un cestone.
Così, quando, dopo l’invio del telegramma, annunziai alla signora Celeste, la mia padrona di casa, che probabilmente sarei tra non molto partita, per Tiflis, nel Caucaso, ella rimase fulminata. Non occorre dire che le cognizioni geografiche della signora Celeste sono men che mediocri, e che quest’era la prima volta ch’ella sentiva parlare del Caucaso e di Tiflis.... — Vergine Santissima! — ella esclamò — e che paesi sono? — Ma.... paesi alquanto lontani. — Più lontani di Verona? — ella chiese. — Verona dov’ell’ha una cugina maritata è il punto estremo a cui la signora Celeste si sia spinta nello sue peregrinazioni. — Molto, molto più in là — risposi sorridendo; — paesi che son fuori d’Europa, in Asia. — La signora Celeste che non ha idee chiare delle cinque parti del mondo congiunse le mani in atto di dolorosa maraviglia. — In Asia! Dunque più in là anche di Milano?
— Più in là, più in là — replicai.
Un’idea terribile balenò nella mente della signora Celeste.