E nel palco fu un coro di — Buona notte, professore, buona notte, — con certe inflessioni di voce che davano alla frase innocente il significato di: — Se ne vada, si spicci, non secchi più.

— Già, i cavalieri non le mancano, — borbottava l’ottimo professore scendendo le scale. — Voglio sperare ch’ella li stimi per quello che valgono. Con l’ingegno che ha non dovrebbe prender lucciole per lanterne.... Quel marito però è un gran minchione.

Giunto nell’atrio, Teofoli non seppe resistere alla tentazione di fermarsi alquanto in platea, ove, non avendo sedia chiusa, stette ritto in mezzo alla folla con gli occhi fissi al palco 24 di prima fila ch’era quello della Serlati.

Era un gran cicaleccio in quel palco, e di tratto in tratto dal basso salivano dei tss, tss prolungati all’indirizzo dei disturbatori. Due vicini del professore si sfogavano a sparlare di quelle dame in generale e della Serlati in particolare che soggiornava da pochissimo tempo a X e quantunque fosse sposa da soli due anni faceva già discorrer sul conto suo come le veterane. Il nostro amico sudava freddo a sentir questi orrori, e avrebbe voluto ricacciar lo parole in gola a quei bifolchi. Ma come promuovere uno scandalo alla sua età, nella sua posizione sociale?... E poi non era peggio anche per la contessa Giorgina? Non era un dare il nome di lei in pascolo al pettegolezzo cittadino? No, no, era più savio consiglio l’andarsene.

Mentre Teofoli agitava in mente questi pensieri, al parapetto del palco N. 24 di prima fila s’affacciava il conte Serlati e con la sua presenza rimoveva gli ultimi scrupoli dall’animo del professore. Ormai c’era il marito, e di lui non si aveva più bisogno.

Egli uscì dunque dal teatro. Ne uscì con la testa confusa, col cuore in tumulto, con quello strano miscuglio d’impressioni e di sensazioni contrarie ch’egli provava sempre dopo esser stato con la Giorgina. Mai, mai una volta da poter dire senz’ambagi: — Oggi sono contento. — Ma fors’è così nella vita; ove c’è intensità di gioia c’è intensità di dolore.

Però, nel rifare la strada di casa e di mano in mano che l’aria fresca metteva un po’ d’ordine nelle sue idee, Teofoli diceva a sè stesso che quella sera egli aveva un gran torto di pensare ad altro che alla promessa dolcissima fattagli ripetutamente dall’amabile contessa; quella di venirlo a visitare nel suo studio. È vero che di quest’argomento s’era già discorso in passato, ma se n’era discorso per incidenza, nè egli stesso vi si era trattenuto più che tanto, nè vi aveva attribuito un grande significato. Adesso era tutt’altro, adesso la Giorgina s’era impegnata in modo solenne, e con una cert’aria di mistero che aggiungeva importanza alla cosa. Non c’è dubbio, la Serlati non veniva da lui come ci sarebbe venuta, per esempio, la Ermansi.... Ma come, come ci veniva? Con quali idee, con quali aspettazioni? Qui la mente del povero professore si smarriva in un pelago di congetture, ed egli sentiva alternarsi nell’anima audacie di leone e pusillanimità di coniglio, e avrebbe dati volentieri dieci degli anni che gli restavano a vivere per aver chiara e limpida davanti a sè la via da seguire. Ah, in fin dei conti, un po’ di pratica non è mai una disgrazia.

Insomma non è punto da far le maraviglie se dopo una serata così ricca di commozioni, il professore Clemente Teofoli non potè chiuder occhio per tutta la notte.

VII.

È una caratteristica delle civette quella di dare agli atti, alle parole più semplici un’apparenza che ne accresce la portata agli occhi degli ingenui. Ogni donna dice buona sera, buon giorno, arrivederci, ogni donna, se è stanca, accetta il braccio d’un cavaliere; se ha sete, lo prega di procurarle un bicchiere d’acqua; se le casca un guanto, lascia ch’egli lo raccolga; ma la civetta farà tutto ciò in un suo modo particolare. Nel buon giorno, nella buona sera ci sarà un languore sentimentale; nell’arrivederci ci sarà una promessa; nell’appoggiarsi ci sarà un molle abbandono; nel ringraziare d’un bicchier d’acqua portato, d’un guanto raccolto, ci sarà un’espressione tenera di riconoscenza piena di sottintesi.