Si pose il dito sulla bocca per intimargli silenzio, e senz’attender risposta diede il braccio a Montalto che l’accompagnò giù della scala fino alla carrozza.
Neppur volendo, Teofoli non avrebbe potuto rispondere. Era sbalordito, ammutolito, con la testa in combustione; sarebbe stato incapace di esprimere quel che provava. O fors’era simile al soldato che, dopo aver mostrato una grande impazienza di battersi, sente raddoppiar le pulsazioni del cuore nel vedere il nemico, e non è ben sicuro che quelle pulsazioni sian figlie tutte d’uno schietto entusiasmo.
VIII.
Il professore passò un’altra notte senza dormire (ormai la cosa gli accadeva spessissimo) e la mattina fu in piedi per tempo chiedendo a sè stesso se veramente fosse spuntato il giorno più memorabile della sua vita. In veste da camera entrò nello studio, quello studio ove al tocco e mezzo avrebbe ricevuto lei, ne aperse le imposte non badando al freddo, e quantunque il sole non fosse ancora visibile s’assicurò che il cielo era tutto sereno. Da questo lato dunque non c’era pericolo che sorgessero ostacoli alla visita della contessa. Naturalmente, se fosse piovuto, ella sarebbe rimasta a casa sua. Il buon Teofoli s’arrabbiò seco medesimo sorprendendo nel fondo del suo cuore una segreta e timida benevolenza verso la pioggia, la quale, in fin dei conti, gli avrebbe permesso di prepararsi meglio a questa specie d’esame.... Possibile ch’egli fosse un vigliacco?... S’armò d’un granatino e si diede a spolverar leggermente i mobili, i libri, e alcune fotografie appese a una delle pareti. Erano per lo più ritratti d’illustri contemporanei, italiani e stranieri, regalati in gran parte e portanti la firma autografa del donatore. Vi figuravano i principali cultori della storia, della filosofia e delle scienze in Italia; dei Tedeschi, il Mommsen, il Gregorovius, il Ranke, lo Strauss, il Virchow; dei Francesi, il Renan, il Littré, il Taine; degli Inglesi, il Darwin, lo Spencer, l’Huxley — i campioni insomma del pensiero moderno, dalle fronti ampie e severe ove la meditazione aveva segnato i suoi solchi, dagli occhi profondi che s’erano stancati nelle assidue ricerche. Teofoli che conosceva tanta parte delle loro opere avrebbe voluto in quel momento penetrar bene addentro nelle loro anime, sapere i loro segreti più intimi, chieder loro se si fossero mai trovati in condizioni simili a quella in cui egli si trovava, implorare il soccorso della loro esperienza. Ahimè, nè da loro nè dai libri allineati negli scaffali gli veniva lume a’ suoi dubbi. Ed egli era tentato di domandarsi a che servono le biblioteche se non danno una guida, un conforto nei casi difficili.
Frattanto macchinalmente, inconsciamente riordinava le carte e gli opuscoli che ingombravano il suo tavolino, apriva sul leggìo un magnifico atlante di Stieler, avvicinava alquanto alla finestra un bel mappamondo che aveva comperato l’anno addietro a Lipsia, metteva in mostra un volume di Spencer arrivatogli una settimana addietro con la dedica dell’autore. Molto di più avrebbe fatto, se non fosse stato il timore d’insospettire la signora Pasqua con le novità.
Ma la signora Pasqua venendo, come usava ogni giorno, alle nove a portare il caffè e ad accender la stufa non s’accorse di null’altro che della brutta cera del padrone il quale dovrebbe almeno, ella disse, rimanere in letto un’ora di più la mattina dopo che aveva preso l’abitudine di passare una parte della notte fuori di casa. — Se crede che le faccia bene, — ella soggiunse.
— Son fantasie vostre, cara Pasqua, — rispose il professore. — Io sto benissimo....
— Sarà.... Ma l’altr’anno stava molto meglio.
— Nemmeno per sogno, — replicò Teofoli, rimettendo la chicchera sul vassoio. — I miei vestiti sono pronti?
— Sissignore. E oggi è a casa tanto a colazione che a pranzo?