— Sì, sono a casa. Lasciatemi adesso, chè devo far qualche cosa prima d’andare all’Università.

Mezz’ora dopo, il professore Teofoli saliva in cattedra ed esponeva a’ suoi studenti con parola fluida e precisa il sistema di Augusto Comte, ciò che prova, a chi ne dubitasse, che molte funzioni anche intellettuali diventano con l’abitudine semplici funzioni meccaniche e che basta toccar certe corde per averne certe sonate. In realtà quella mattina il nostro professore non si curava nè di Augusto Comte nè della filosofia positiva e la sola impressione destata in lui dalla presenza della colta gioventù era quella che il più asino della classe avrebbe affrontato con maggior serenità e baldanza di spirito le vicende di un convegno galante.

A colazione egli fu altrettanto taciturno quanto la mattina, e la signora Pasqua non riuscì a cavargli di bocca che qualche monosillabo.

Questa taciturnità crescente del suo padrone non era l’ultima delle ragioni che spingevano la signora Pasqua ad approfittar delle sue due ore di libertà per andare a sfogarsi con le sue amiche. E anche quel giorno, alle dodici e cinquantacinque minuti, ella infilò la porta, liberando il professore dalla paura che per uno o un altro motivo ella s’indugiasse più dell’usato. Uscita lei, fu facile al nostro Teofoli di sbarazzarsi del ragazzo Fedele, un galoppino che stava sempre a sua disposizione e che una volta fuori del nido metteva un secolo a tornarci. È vero che ordinariamente Fedele si tratteneva in casa durante le assenze della signora Pasqua, ma egli non era uomo da far obbiezioni ad andarsene, e accettò con entusiasmo due o tre incarichi che gli fornivano un ottimo pretesto per stare in giro mezza giornata.

E così, all’una e pochi minuti il professore Clemente Teofoli fu solo.... aspettando. Non già nella camera da studio ch’era piuttosto appartata, ma nel salottino da pranzo che dava sulla strada. Ne aperse l’uscio per sentir meglio il campanello, sollevò alquanto il lembo d’una tendina e si mise in vedetta. Da che parte sarebbe venuta? Se veniva direttamente dalla sua abitazione sarebbe venuta dalla destra; ma era probabile che avesse fatto una diversione, che venisse dal lato opposto. Non importa; egli l’avrebbe vista a ogni modo. Ma come sarebbe venuta? A piedi o in carrozza? Certo non nella sua carrozza. Se no, come mantenere il segreto? Forse il meglio era ch’ell’avesse preso un fiacre a nolo. E vero che anche il fiacre lì fermo ad attenderla dinanzi alla porta aveva i suoi inconvenienti. Pazienza; gl’inconvenienti non si potevano evitare nè in carrozza nè a piedi.... Qui poi lo assaliva un dubbio più fiero.... S’ella non fosse venuta? S’egli l’avesse fraintesa? S’ell’avesse voluto fargli una burla? Ma perchè? Ma perchè?

Era l’una e un quarto. Anche s’ella fosse stata puntuale non avrebbe potuto esser da lui che tra un quarto d’ora; che ragione c’era ch’egli stesse con gli usci aperti a pigliarsi il fresco prima del tempo? Rientrò in camera da studio, non già per rimanervi, ma per dare un’occhiata alla stufa, per rifondervi della nuova legna. Subito dopo si rimise al suo osservatorio.

La strada era delle meno frequentate. Pochi pedoni; a lunghi intervalli una vettura. Ah, come il cuore gli balzava a ogni scalpitìo di zampe ferrate, a ogni romore di ruote, a ogni apparire in fondo alla via d’un cappellino e d’un vestito femminile! Ma non era lei, non poteva esser lei; mancavano dieci, mancavano cinque minuti all’ora prefissa.

Finalmente suonò la mezza, e da quell’istante le ansie dell’attesa raddoppiarono. Ogni secondo pareva un minuto, ogni minuto pareva un’ora. A un certo punto Teofoli ebbe una strana allucinazione. Vide da lontano un suo studente con una donna, e quella donna, nella sua fantasia riscaldata, pigliò l’aspetto della contessa Giorgina. Era possibile? L’incanto fu subito rotto. Quello era bensì uno studente, ed era in compagnia d’una ragazza, ma la ragazza, quantunque abbigliata con una certa eleganza, aveva l’aria di non esser altro che una crestaia. Ed egli aveva commesso il sacrilegio di scambiarla con la Serlati! La giovine coppia passò sotto le finestre di Teofoli senza nemmeno alzar la testa; lo scolaro ch’era venuto ripetutamente dal suo professore per ragioni di studio aveva adesso ben altro che il suo professore pel capo. Ah, come sembravano felici quei due! Come camminavano svelti, spediti, come ridevano e ciarlavano e si divoravano con gli occhi! Succedono pure di grandi trasformazioni in noi stessi. Alcuni mesi addietro, Teofoli avrebbe certo biasimato in cuor suo l’incauto discepolo che si lasciava adescare da una sguaiata, avrebbe fatto eco alle filippiche di Dalla Volpe e di Frusti contro le femmine; ora invece era pieno d’indulgenza pel sedotto e per la seduttrice e quasi quasi avrebbe voluto essere al loro posto.

— Ma! Gioventù! — egli sospirò quando la coppia si fu dileguata.

E con un secondo sospiro guardò l’orologio. La lancetta segnava l’una e tre quarti. Ah cattiva contessa; si sarebbe dunque presa gioco di lui?