In quel momento gli occhi del professore Teofoli caddero sopra una persona la cui presenza gli recò una noia infinita. Dall’altra parte della strada, poco men che dirimpetto alle sue finestre, il conte Antonio Ermansi, spuntato non si sa di dove e fermo dinanzi alla mostra di un rigattiere, esaminava in tutti i sensi alcuni vecchi libri, mentre il padrone del negozio che stava sulla soglia in atto ossequioso cercava d’indovinare dall’espressione e dai gesti del bibliomane il valore della propria merce, da lui pagata a peso di carta.

— Cretino d’un Ermansi! — borbottava rabbiosamente il professore stringendo i pugni. — Aveva da venir qui giusto oggi.... E non si risolve mica ad andar via.... Oh sì.... Meno male che entra nella bottega.... E poi dev’esser miope.... Ah!...

Ah, dice il dizionario, è una interiezione che si usa per esprimere diversi affetti. Certo che adesso, in bocca del professore Clemente Teofoli, essa ne esprimeva moltissimi. Chè di là ond’erano venuti lo studente e la crestaia egli aveva visto sorgere (a lui era parso davvero che sorgesse dal suolo) una bella, agile figura di donna, avviluppata in una lunga pelliccia, con un cappellino di velluto color marrone con nastri azzurri, la veletta calata sul volto e le mani nascoste in un piccolo manicotto. Era lei, era lei. La cagnetta che l’accompagnava e che aveva tutti i connotati di Darling bastava a rimuover gli ultimi dubbi.

IX.

L’andatura della contessa (poichè Teofoli non s’era ingannato) non tradiva la minima esitanza, il minimo imbarazzo; s’ella aveva il velo abbassato, s’ella studiava il passo, era pel freddo e non per la paura di esser sorpresa. Giunta all’abitazione del professore, di cui ella conosceva benissimo la facciata, ella infilò il portone che di giorno era sempre aperto, salì la prima branca della scala e si fermò sul pianerottolo. Ma non ebbe bisogno di suonare il campanello accanto al quale era inciso su una piastra d’ottone il nome Teofoli, chè l’uscio girò lentamente sui cardini e una voce soffocata disse dal di dentro: — Contessa, o contessa Giorgina.

— Buon giorno, Teofoli, — ella rispose entrando con molta calma e tranquillità.

— Com’è stata buona, com’è stata gentile! — esclamava il professore porgendole la destra mentre con l’altra mano andava quietando Darling che gli saltava alle gambe. — Non osavo sperare.

La contessa fece una risatina che mise allo scoperto una doppia fila di denti bianchissimi, e domandò: — Cerbero non c’è?

— Nè Cerbero, nè nessuno, — replicò il professore con un accento che a lei parve fin troppo tenero.

— Bah! — ella soggiunse. — In fondo sarebbe stato lo stesso.