Teofoli che precedeva di qualche passo la bella visitatrice e aveva già aperto l’uscio della sua camera da studio non ebbe tempo di rilevare il senso di questa frase poco appassionata, essendo avvenuto in quel momento un singolare incidente.

Il gatto Tocci, avvertito dal suo fine odorato o dal tintinnio dei sonagli di Darling della presenza di un quadrupede estraneo sotto il tetto domestico, si precipitò come un fulmine dal focolare della cucina ove faceva il suo chilo e piombò minaccioso sulla cagnetta, la quale, pusillanime per sua natura, evitò la pugna e inseguita dall’avversario corse a ripararsi nello studio del professore, sotto uno scaffale. Tocci, da animale che temperava l’audacia con la prudenza, non volle impegnare battaglia in condizioni sfavorevoli, ma col pelo arruffato, con la coda ingrossata si piantò dinanzi agli accampamenti dell’intruso esprimendo i suoi fieri propositi con certi rauchi e lunghi miagolii di non dubbio significato per chi conosce il linguaggio felino. Alle grida della contessa atterrita dal pericolo di Darling, Teofoli affrontò coraggiosamente il gatto belligero e dopo inutili sforzi per impadronirsene riuscì infine a cacciarlo dallo studio nell’andito e dall’andito nella camera della signora Pasqua di cui chiuse l’uscio con un colpo secco. Compiuta questa lodevole impresa, il filosofo tornò dalla Giorgina ch’egli trovò accovacciata sul tappeto e intenta a tirar fuori Darling dal suo rifugio.

— Che bestie feroci tenete presso di voi? — ella gli disse in tuono di rimprovero.

— Oh per carità, contessa, mi perdoni, — balbettò il professore tutto confuso. — Se avessi potuto credere, se avessi potuto immaginare.... Darling, povera Darling, quell’animalaccio non ti ha mica fatto nulla?

— Paura le ha fatto.... Vedetela come trema.... Pur che non si ricominci da capo al momento di uscire.

— Nemmen per idea. Ho preso le mie precauzioni.

— Dovevate prenderle prima, — rimboccò la Serlati che s’era messa a sedere con la cagnetta in grembo e l’accarezzava come un bambino.

Il professore, umile e mortificato, non tentava nemmeno di difendersi. Ahimè, l’abboccamento galante principiava male.

A poco a poco la contessa si rabbonì, depose Darling in terra, e rivolgendosi a Teofoli disse: — Capisco, non ne avete colpa. — Indi soggiunse gettando via la pelliccia e il manicotto con un movimento rapido: — Fa un bel caldo qui.

— Se volesse levarsi anche il cappello? — egli propose timidamente.