Seguitarono così per un pezzo, tirando giù a campane doppie contro i pregiudizi popolari, contro le processioni di fanciulle scalze, contro la Giunta municipale che interveniva in pompa magna a una cerimonia religiosa.
— Meno male la Giunta! — sospirò con comica gravità il dottor Negrotti, — il peggio si è che ha voluto intervenirvi mia moglie, pigliando per sè la gondola e sforzandomi a girar per la città in vaporetto.
Il dottor Negrotti è molto invecchiato d’aspetto, ma è sempre lo stesso uomo, scettico, sarcastico; e non dubito che si sarà conservato buonissimo di fondo, caritatevole e leale a tutta prova.
Avevo rinunziato a salutarlo per oggi, quando alla stazione della Cà d’Oro vidi con piacere ch’egli s’accommiatava dagli amici e scendeva con me.
Me gli accostai tendendogli la mano. — Dottore, non mi riconosce?
— Oh! — fec’egli con un sorriso cordiale. — L’Elena?... Era in tram?
— Sì certo.... e a pochi passi da lei.... Ma non osavo disturbarlo.
— Perchè, perchè?... Oh come sono lieto di quest’incontro!... Dopo tanto tempo! E come va, cara Elena?
Una volta il dottor Negrotti mi dava del tu; adesso si capisce che gli faccio soggezione.
Camminavamo a fianco; egli era diretto dalla stessa parte ov’ero diretta io. Gli raccontai le mie ultime vicende, la solitudine in cui ero rimasta, la decisione che avevo presa di raggiunger mio fratello a Tiflis.