IL COGNATO DELLA COGNATA. BOZZETTO.
— È arrivato nessun telegramma all'indirizzo Fausto Garleni? — chiesi, entrando nell'ufficio del capo stazione.
(Qui l'autore apre una parentesi per avvertire che chi parla qui in prima persona non è lui, ma un suo amico che gli raccontò questa storia.)
Il capo stazione discorreva con un signore tra i quaranta e i cinquanta, vestito da provinciale, ma non senza pretensione, che appena mi vide entrare si ritirò in disparte con un umile inchino come di chi vuol propiziarsi. Allorchè io pronunziai il mio nome, questo signore fece un gesto di piacevole sorpresa; pur non gli diedi retta, aspettando la risposta del funzionario da me interrogato. Questi, grosso, corto, con gran fedine nere, diede un'occhiata sul tavolino, chiamò l'impiegato del telegrafo, e mi domandò:
— Il dispaccio doveva proprio essere fermo in stazione?
— Certamente.
— Allora non v'è nulla.
— Ebbene, — diss'io, — pazienza. —
E feci atto di andarmene, riprendendo l'ombrello e il microscopico sacco da viaggio che aveva deposto in un angolo. Io non mancavo da casa mia che da pochi giorni, e dovevo ritornarvi appunto colla corsa della notte. Ma per una certa faccenda, che non ha nessuna importanza, avevo lasciato l'ordine che mi telegrafassero a X***, se per avventura m'era necessario di prolungar la mia assenza.
— Se capita, — soggiunse il capo stazione, — dove devo farglielo avere? —