La signora Agnese Meravigli indossa un vestito di mussolino color pistacchio, porta un fisciù nero al collo, e le maniche a sbuffi di velo bianco che lasciano scorgere due braccia poco meritevoli di essere effigiate in marmo dallo scalpello di Fidia. Ha circa quarant'anni, è magra, appuntita, nè grande, nè piccola, di carnagione olivastra, di capelli scuri, piuttosto radi, che cominciano a inargentarsi qua e là. La sua fisionomia è volgarissima, il suo sorriso insulso, porge la mano tutta d'un pezzo, obliquamente, nel modo che i barcaiuoli sogliono immergere il remo nell'acqua, e appena data la ritira, con una certa furia e come se volesse dire: — Via, anche questa è fatta. — Parla.... ah! è graziosissima, vorrebbe parlare la lingua e non sa, parlerebbe il dialetto e non può.... sua figlia glielo impedisce....
Sì, senza dubbio, la divinità della casa è Romilda.
La musa, che non è ancora ventenne, veste un abito bianco, succinto, accollato, con le maniche abbottonate ai polsi: ha capelli neri che le scendono a ricci sulle spalle e sul collo, il naso piuttosto grande, e occhi che non sarebbero brutti se non cercassero troppo sovente di parere ispirati. È magra come ben si addice ad una che si ciba di poesia, ha statura giusta, e cammina con una singolare affettazione tenendo sollevato con la mano il lembo anteriore del vestito, e appoggiando appena la punta del piede quasi sdegnasse ogni contatto con la terra. Parla con lentezza, calcando le doppie e facendo grande abuso di diminuitivi. Allorchè apre la bocca lei, i suoi genitori tacciono e rimangono estatici. Se la signora Agnese intromette qualche frase nel discorso, la dotta Romilda è sulle spine, e quando la genitrice si lascia sfuggire una sconcordanza (lo che avviene sovente), la giovinetta è piena di fremiti grammaticali, che talora si rivelano con una correzione detta a fior di labbro, ma stizzosamente.
— Ed è la prima volta che viene in questo paesuccio? — chiese Romilda con una intonazione patetica.
— La prima, — io risposi, — e mi pare molto allegro.
— Oh mio Dio! polvere e fango, un soggiorno impossibile.
— Tu sei molto severa pel tuo paese, — osservò timidamente il signor Meravigli.
— Non favellarmene, o babbo, — proruppe ella con uno scontorcimento che voleva essere grazioso; — a voi altri che non sapete alzarvi un pocolino più in su delle vostre faccenduole può anche parere, ma chi chiude in seno anima d'artista qui deve morir d'asfissia.... Già prevedo che questa sarà la mia fine. —
E così dicendo lasciò cadere la testa come un limone
Troppo grave al picciuol che lo sostiene,