— Domanda scusa a tutti questi signori, — intuona solennemente il signor Antonio.

— Domando scusa, — ripete Toniotto con voce nasale e con una singolar cantilena.

— Domanda scusa in particolare al signor Bartolommeo, — soggiunse il padre.

Il signor Alieni diè un balzo sulla seggiola e parve assai conturbato di sentirsi tirare in campo, mentre egli non anelava che a poter pranzare in silenzio.

— Domando scusa in particolare al signor Bartolommeo, — tornò a dire con aria di canzonatura il ragazzo. E vi aggiunse di proprio un Cu! Cu! che non entrava menomamente nella giaculatoria paterna.

— Non importa, non importa, caro Toniotto.... ottimi amici come prima; — si affrettò a sclamare il signor Alieni, facendo cenni con la mano che volevano significare — Tenetelo più lontano che sia possibile. — Nello stesso tempo si sforzò di sorridere, ma non gli riuscì, e fece una smorfia come se avesse inghiottito un chiodo.

Il tacito, ma ardente desiderio del poveruomo non fu secondato, perchè il recalcitrante fanciullo venne fatto sedere nel posto vuoto, che, come avvertimmo innanzi, era pressochè dirimpetto a quello del signor Alieni. Una nube di profonda tristezza si stese sulla fronte del fabbriciere.

Io ero il coppiere di Romilda. Ella mi diceva sempre, mentre io le versavo il vino nella tazza: — Un ditino, nulla più che un ditino. — Però questi ditini mi tenevano in perpetue faccende, giacchè la poetessa sorseggiava continuamente il bicchiere.

La qualità caratteristica del banchetto non era la squisitezza delle vivande, ma l'abbondanza delle porzioni. V'era qualche cosa di omerico nei pezzi di carne che i commensali divoravano con suprema disinvoltura. Al giungere d'ogni pietanza io vedevo fissi sopra di me gli sguardi dei coniugi Meravigli, i quali venivano in aiuto delle cortesi insistenze della fantesca. Il signor Antonio diceva invariabilmente:

— Prenda, signor cavaliere, prenda senza complimenti. —