Il pranzo procedeva verso il suo termine, e secondo il costume diveniva sempre più animato.
Alle frutta si versò lo sciampagna. Era il momento dell'eloquenza.
Il professor Romoli prese la parola per primo e propinò alla salute della famiglia Meravigli, cogliendo la bella opportunità per intercalare nel brindisi l'esordio del suo discorso Sulla rinnovazione intellettuale in Italia. Il signor Osteolo bevette alla prosperità dei commerci aventi a guida il decoro e il bene del paese. — Questo — egli concluse alzando il calice — questo fu sempre il commercio da me amato e praticato, ed i più pingui lucri non avrebbero potuto darmi ugual compiacenza. —
Era ben naturale che il signor Meravigli facesse il suo discorsetto. Narrò come, sempre, contro i suoi meriti, egli fosse stato ben veduto in paese dai cittadini e dalle autorità; come questa benevolenza fosse il maggiore suo conforto, la sua maggiore dolcezza. Soggiunse che, da quando la fortuna aveva voluto largirgli una figliuola del merito di Romilda, egli aveva stimato necessario di aprir la sua casa a tutte le persone cospicue che venivano in X***, e a questo proposito tessè i miei elogî, annunziò ch'io ero quasi suo parente, e continuò per alcuni minuti nella onesta ricerca di un punto fermo, che non gli fu dato trovare.
Liberarsi dal rispondere era impossibile. Ma ho promesso al lettore di non riprodurre il mio brindisi, e non mancherò certo alla data parola. Dirò soltanto che citai tre versi di Dante, uno del Petrarca, e uno giocoso del Guadagnoli, che paragonai il signor Meravigli all'Arabo ospitale che accoglie lo straniero nella sua tenda, che feci un'allusione galante a Romilda e che conclusi col proporre un viva alla salute della città di X***, e de' suoi abitanti.
L'effetto prodotto dalla mia arringa fu inarrivabile; il signor Meravigli corse ad abbracciarmi, Romilda dichiarò che mi avrebbe risposto se la commozione non glielo avesse impedito. Ma i suoi nervi erano così delicati, che tutto li metteva a soqquadro. Il professore Romoli, e il mio vicino, cavaliere Osteolo, mi diedero segni non dubbî del loro alto aggradimento.
Calmatasi questa effervescenza così lusinghiera al mio amor proprio, m'accorsi di qualche curiosa novità. Il capo stazione, che aveva serbato fino allora un contegno singolarmente tranquillo, era soprappreso da una ilarità repentina ch'egli sfogava intercalando parole francesi nei suoi discorsi e chiamando la fantesca Mademoiselle. — Eh bien! qu'est-ce que tu as, Marie? Est-ce que tu ne crois pas à mon amour? Je bois à la santé de Mademoiselle Marie, la belle servante de la maison Meravigli! Signori, crederebbero forse ch'io fossi ubriaco, ivre? Ah! s'ingannano, vous vous trompez; non è vero, Maria, ma chatte? —
E nel pronunciare queste frasi egli era in piedi tenendo la domestica per un lembo del vestito, mentre con l'altra mano alzava il calice dello sciampagna e ne versava il contenuto sulla testa della signora Agnese Meravigli, la quale riceveva quest'abluzione come se avesse fatto la cura idropatica.
— Ah! signor Garleni, che cosa le pare? — chiese Romilda, nascondendosi il volto con ambe le mani.
Tentai confortarla, dicendole che è difficilissimo evitare in un pranzo cotal genere d'incidenti.