La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce:

— Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che l'Angelina avrà più piacere così. —

Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce, erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili giravolte, e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un convoglio di strada ferrata.

Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine, le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno.

Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or ora prepararsi per la nuova ospite.

L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna, sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia della Matilde, esclamò con voce commossa:

— Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. —

Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età, in cui si parla del dolore come di un paese remoto che s'è inteso nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia. L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro, un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un demone tentatore.

Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio, e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia fantesca.

— Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena?