— Eloisa! Eloisa! — chiamò alla sua volta la signora Agnese. — Brava! bravissima! Non lo sapevi che a quest'ora devi leggere il sfoglio a Romilda? Non hai proprio cuore. Tua sorella è sola, e tu vai a zonzo. Ah! io non sarei indulgente come tuo padre. —
Stimo inutile dilungarmi a riferire la mia eloquente perorazione in favore dell'imputata, a cui si accordò grazia mercè mia, non senza dichiarare che nel perdonar con tanta facilità c'era un po' di mancanza di riguardi verso Romilda.
Ma, grazie al cielo, l'ora della corsa era prossima e io dovevo prender congedo dai miei ospiti. L'ufficioso Meravigli dichiarò naturalmente che mi avrebbe accompagnato alla stazione, ove aveva già fatto portare dal servo il mio meschino bagaglio. Quanto alla signora Agnese, ella doveva tornarsene a casa con Eloisa e Toniotto, il quale era entrato nel caffè con grande sgomento dei camerieri; ma, contro al solito, invece di fare insolenze s'era disteso sopra un sofà di paglia e dormiva di profondissimo sonno.
— Al bene di rivederla — mi disse la signora Agnese, porgendomi la mano col solito garbo — e grazie del vantaggio della sua conoscenza.
— Ehi, Storni, — urlò il signor Meravigli, scuotendo il povero farmacista addormentato, nel modo in cui si scuoterebbe un mulo, — non vedete che il cavaliere parte? non venite alla stazione? —
Il degno uomo sbadigliò un lunghissimo Ah e stirò ambe le braccia.
— I miei rispetti, signor cavaliere, — borbottò quindi con voce mal sicura, e guardandosi intorno con occhi imbambolati, — i miei rispetti.... Ah! se ne va?... Buon viaggio e felice ritorno.... Già chi vive s'incontra.... Alla stazione.... se ci verrei.... altro! ma bisogna che vada al Coniglio.... Oh! oh! oh! — E in tre colpi con grande sforzo fu in piedi, e se ne andò traballando e ripetendo: — Felicissima notte. —
Il dottor Trigli e il pretore avevano dovuto allontanarsi. Il signor Osteolo col suo aplomb consueto volle anch'egli essermi a fianco fin ch'io partissi.
— Le manderò, se non le dispiace, alcune idee, che ho gettato in carta alla buona, sopra le riforme delle dogane. Sono i miei studî prediletti.... Quando posso staccarmi un po' dagli affari, è per me una distrazione l'occuparmi di cose economiche. Eh! se non ci fosse di mezzo l'interesse del paese, stralcerei la mia casa, e, secondo le mie deboli forze, vedrei anch'io di aggiungere la mia pietruzza all'edifizio, a cui loro scienziati lavorano.... Ma il decoro del commercio è per me una gran cosa; non so che dire, son fatto così.
— In coscienza, cavaliere, non le pare che l'uomo, il quale sposerà la mia Romilda, potrà chiamarsi felice? — mi disse con tuono indagatore il signor Meravigli.