XIII.
Nessuna cosa al mondo può far parer tanto bella la vita, quanto il compimento d'una buona azione. L'uomo più stanco, più infastidito dalle noie diuturne, nel momento che ha la coscienza di aver operato il bene, d'aver sollevato un infelice, d'aver salvato un amico, sente che in questo fiume amaro della esistenza v'è qualche vena di dolce, e che, se la vostra fortuna vi dà di trovarla, o la vostra virtù di scoprirla, ne avete un largo compenso a mille giorni di tedio e d'ambascia. V'ha poi certe nature venturose, per le quali la compiacenza del bene operato s'accresce in ragione dei rischi affrontati per compierlo. Per anime di questa tempra il pericolo è di per sè solo una voluttà e un'attrattiva: l'averlo sfidato senza impallidire le riempie d'una nobile fiducia, le arma d'un generoso disdegno contro le insidie dei vili e le calunnie dei tristi.
A sollevare gli spiriti abbattuti di Vittorio nulla poteva capitar più a proposito dell'avvenimento, nel quale per poco non perdette la vita. Dopo il suo colloquio con l'Angelina egli si sentiva umiliato, rimpiccolito a' suoi proprî occhi, e se lo avessero chiamato a dir la sua opinione sul modo, in cui s'era condotto, si sarebbe qualificato egli medesimo per un collegiale senza giudizio. Ed ecco ad un tratto mutarsi la scena. In pochi minuti era parsa l'indole risoluta della sua anima, la vigoria del suo braccio, la sua freddezza in mezzo a' cimenti. La famiglia, dalla quale egli presentiva di dover allontanarsi come ospite increscioso, gli era invece prodiga meritamente d'ogni dimostrazione di riconoscenza; la fanciulla, verso la quale egli aveva operato con sì imperdonabile leggerezza, gli andava debitrice del più grande dei benefizî, e colei, di cui temeva il disprezzo, non poteva a meno di mitigare il suo giudizio dopo una di quelle prove d'audacia che tanto piacciono a un cuore di donna.
Però questo non era l'unico cangiamento che si fosse fatto in Vittorio. Nè le grazie della Matilde, nè il sapersi amato da lei, erano bastati a vincere la sua freddezza. Ma ora un vincolo nuovo erasi stretto fra lui e quella fanciulla; tra le anime loro erasi formato un ricambio di commozioni e d'affetti: avevano entrambi palpitato l'uno per l'altro: egli, nel sottrarla al pericolo; ella, nel vederlo sfidare la morte per lei. E Vittorio, seduto alla sponda del suo letto di convalescente, mirava con un senso di dolcezza ineffabile i rosei colori della salute ritornarle alle guance, e il primiero sorriso spuntarle sul labbro; e gli pareva che la voce di lei suonasse inusatamente soave, e che una insolita luce le brillasse negli occhi. Ed era ben egli che l'aveva salvata, senza di lui la gentile creatura poserebbe immobile sotto un pugno di terra, nè il lieve incarnato colorirebbe più le sue gote, nè intorno alle labbra le scherzerebbe il sorriso, nè le sue pupille risplenderebbero di fulgidi raggi. Ella era opera sua: egli l'aveva richiamata alle dolci aure vitali, l'aveva restituita al mondo che si contrista, quando la falce di morte miete la gioventù e la bellezza. Ella era opera sua; era parte di lui, come il profumo è parte del fiore, come la statua è parte dell'ingegno che la evocò dal gelido marmo. Per questo il beneficio avvince più tenacemente chi lo compie che chi lo riceve: nel trepido amore che ci lega alla persona beneficata da noi, è quell'arcana e pur possente attrazione che ci tira verso tutte quelle cose, nelle quali abbiamo spirato un soffio dell'anima nostra. Così nella simpatia che la Matilde destava in Vittorio, era una commozione intensa e profonda, ben diversa dalla leggiera galanterìa, che in altri tempi l'aveva avvicinato a lei. Quante volte, dopo averla a lungo contemplata nel suo letticciuolo con mezza la persona fuori delle coltri, col suo candido giubboncino succinto fino al collo, coi capelli raccolti entro una rete bianca di filo, con la testa sorretta da due o tre guanciali che le formavano una specie di nicchia intorno al capo ed al busto, quante volte, dopo averla contemplata silenziosa, serena, raggiante in viso d'una dolce speranza, si sentì gli occhi pieni di lagrime e non seppe il perchè! Non una parola di quanto era successo precedentemente alla sera avventurosa, che abbiamo descritta, si ricambiava tra la Matilde e Vittorio: si sarebbe detto che la loro conoscenza non risalisse più in là di quel giorno. E invero, perchè la Matilde avrebbe dovuto ricordarsi delle contraddizioni, delle reticenze, delle mille incertezze di una settimana addietro, se l'idea d'essere stata salvata dall'uomo ch'ella aveva sì caro la riempiva d'una ineffabile voluttà? Ed egli perchè avrebbe favellato di que' giorni, che gli rammentavano soltanto la sua frivolezza e la sua continua mutabilità di propositi? Così pure, benchè talvolta rimanessero soli per qualche minuto, e tal'altra avessero agio di parlarsi all'orecchio, non correva tra loro parola alcuna d'amore. Non ne avevano bisogno. Amore era l'atmosfera che gli avvolgeva, amore era nei loro sguardi, nel loro sorriso, nella dolcezza infinita del loro accento: il dirsi scambievolmente — io ti amo — era proprio una cosa superflua. Il medico, uomo esperimentato, che visitò la Matilde ne' due o tre dì della sua convalescenza, mentre tastava per consuetudine il polso alla fiorente ammalata, non poteva trattenersi dal mandare un'occhiatina a Vittorio, e si lasciava scappare maliziosamente un — Va benissimo: è stata una malattia acuta che le ha conferito. — Il curioso si era che la Matilde non voleva guarire. Stava tanto bene così! Era circondata di cure: aveva quasi sempre Vittorio al suo fianco: che poteva desiderare di più?
In casa Mauri l'era omai una cosa intesa. A una spiegazione formale niuno era ancora venuto, ma eran corse fra Vittorio e la signora Clara quelle mezze parole, che equivalgono alle note ufficiose dei giornali governativi e indicano lo stato delle cose. Il signor Bernardo se ne stava in disparte: aveva l'idea fissa che quel matrimonio darebbe l'ultimo crollo alla povera Angelina. Intanto alcuni dei così detti amici di famiglia, che non s'eran fatti vedere dopo il fallimento, avendo inteso che la Matilde trovava un eccellente partito, tornavano a far capolino nella casa e si profondevano in elogî de' due fidanzati, e in tenerissime dimostrazioni d'affetto verso la Matilde, che dicevano degna d'ogni fortuna. Non mancava poi chi, per iscavar terreno, susurrava all'orecchio della signora Clara, che persone pettegole avevano nel passato sparso la voce di qualche simpatia tra il signor Vittorio e la giovinetta Angelina, ma che già nessuno vi aveva prestato fede, visto la manifesta superiorità della Matilde su tutte le ragazze immaginabili. La signora Clara rispondeva con certe smorfie particolari, borbottando: — S'imagini, si figuri, non faccio per dire, ma ho due figliuole in casa che lasciano poco adito ad ammirare le estranie. — Qualcheduno allora cadeva in una goffaggine grandissima, obiettando timidamente: — Però l'Amalia è ancor fanciulla. — A cui la signora Clara, punta sul vivo, replicava: — Ma io ho inteso parlare della Nella! — E il mal capitato interlocutore si mordeva le labbra. Intanto giravano intorno i vassoi coi rinfreschi pegli amabili visitatori, e chi sapeva che molta parte della spesa domestica aggravava il bilancio dell'Angelina, poteva trarne argomento a curiose riflessioni. Insomma l'agiatezza pareva ritornata in famiglia. La signora Clara, che su Vittorio aveva fatto tutt'altri conti, andavasi a poco a poco rassegnando: alla fin fine, l'era madre tanto della Matilde quanto della Nella, e seppure prediligeva una delle sue figliuole, non poteva dolersi della buona ventura dell'altra. E poi ella si gonfiava all'idea di andare in qualità di suocera nella villa di Vittorio, di approfittare delle sue carrozze, de' suoi cavalli, e soprattutto de' suoi servitori in livrea. Ah! quest'affare della livrea le stava proprio sul cuore, e le venivano le lagrime agli occhi quando si ricordava che giusto in que' giorni, in cui ella avea trasformato in un cocchiere comme il faut lo zotico servitore di casa, era successa la disgrazia del fallimento. E la Nella? La Nella assicurava che Vittorio non le piaceva punto punto, e confortavasi ricambiando patetici sospiri coi maturi celibi, che venivano talvolta a visitare sua madre.
Nell'autunno capitò il padre di Vittorio. Le lettere del figlio, il suo prolungato soggiorno in città nella stagione delle vacanze, lo avevano insospettito del vero, ed era veniva di persona a vedere come stavano le cose. Era un uomo sulla cinquantina, alto, rubizzo, pieno di salute e di vigorìa. Dissimile dal signor Bernardo nella naturale intelligenza, nell'attività indefessa, pure ricordava i bei tempi di quello nella onesta giovialità del carattere, e nella squisita bontà che avea comune con esso. Non vedeva che cogli occhi del suo Vittorio, e perciò se gli altri si sgomentarono del suo arrivo, Vittorio non se ne sgomentò punto, conscio che i suoi desiderî erano legge al padre suo. Il signor Antonio, che così nomavasi, sapeva benissimo che in casa Mauri v'erano due ragazze da marito; ma sapeva anche che vi si trovava una cugina non priva di dote, e non gli sarebbe spiaciuto che, se il suo figliuolo doveva innamorarsi, s'innamorasse almeno di quella che aveva quattro soldi da parte, invece che della Matilde, la quale, senza sua colpa, era, come dicono, al verde. Sicchè vi furono, e più forse che Vittorio non se l'aspettasse, obiezioni, prediche, paternali, musi lunghi tre palmi, e soprattutto un certo ritornello, che al giovane non faceva punto buon sangue: — Ma perchè non ti sei innamorato di quell'altra? — Però, alla fine dei conti, il signor Antonio non volle smentire la riputazione dei padri di commedia, e diede il consenso. La cosa doveva rimaner segreta per qualche tempo, ma figuratevi! tutti la sapevano già prima che avvenisse. Allora si centuplicarono le congratulazioni, le visite, i rinfreschi, e nella casa si fece quel brio, quel movimento che s'accompagnano sempre cogli sponsali d'una ragazza. Prima i regali del fidanzato, poi un andirivieni di scatole d'ogni misura, con pizzi e oggetti di biancheria pel corredo, ed ora c'era da attendere alla crestaia, ora alla modista, o che so io. Quanto al danaro, era Vittorio che lo provvedeva in gran parte; e per procurarselo, gli convenne ricorrere allo strattagemma di far credere a suo padre di avere vecchi debiti da saldare. Il buon uomo strepitava, s'imbestialiva, dava dello scapestrato a Vittorio; ma poi rabbonivasi, e, secondo il solito, finiva col pagare, dicendo: — Io li guadagno e tu li mangi, bemobile che sei. — L'umiliazione reale era per la famiglia Mauri, ma il solo signor Bernardo la sentiva profondamente: la signora Clara non davasene nemmeno per intesa; la Nella aveva ben altro pel capo, occupata com'era a un dotto parallelo fra gli uomini maturi e i giovinastri della giornata, e quanto alla Matilde, o non se n'accorgeva, o faceva le viste di non se ne accorgere. L'Amalia si rimpinzava di dolci, e se ne metteva anche nelle tasche del vestito per portarne all'Angelina, la quale scendeva molto mal volentieri nel salotto comune. E siccome a proposito dell'Angelina e di Vittorio mi aspetto dai lettori un nugolo di domande, così piglio fiato e rispondo.
XIV.
Vittorio si trovava verso l'Angelina nel difficile stato d'un uomo che ha fatto un fiasco. Ora le ripulse di questo genere possono avere due conseguenze affatto opposte. O stuzzicano la vanità e, se la passione è viva e profonda, ne raddoppiano il vigore e fanno quindi rinnovare gli assalti, o lasciano nell'animo quel po' di ruggine che viene dall'esserci mostrati deboli verso qualcheduno che non si cura di noi. Una dichiarazione d'amore, quando non riesca, ha sempre un lato di ridicolo; una donna che non volle esser complice, può sempre divenire accusatrice, ed è per lo meno una testimone importuna dei nostri momenti di oblio. È certo che se null'altro fosse sopraggiunto nella sera che l'Angelina respinse l'amore offertole, Vittorio non avrebbe levato l'assedio, ma strettolo anzi con inesorabile pertinacia. Ma il trambusto avvenuto dipoi aveva mutato corso alle sue idee e a' suoi sentimenti: l'affetto vivissimo che gli destava la Matilde, i non dubbî segni della riconoscenza e della tenerezza di lei, avevano dato una nuova piega al suo animo. Più che il desiderio del trionfo lo premeva il rancore del torto avuto, e tutto ciò convertivasi in un manifesto imbarazzo nel suo trattare con l'Angelina. La poveretta se ne avvedeva, e non saprei davvero se la riuscita più che compiuta de' suoi disegni l'aveva messa di troppo buon umore. Ciò ch'ella aveva promesso di fare verso la Matilde, ella l'aveva fatto lealmente, l'aveva fatto a prezzo della sua sincerità ch'ella avea cara più d'ogni cosa al mondo, l'aveva fatto a prezzo de' suoi sentimenti più intimi, e non era bastato a smuover Vittorio. Che importava che il caso volesse metterci la sua zampa e far nascere tutto quel parapiglia? Non era una crudeltà della fortuna questo congiurare a' suoi danni?
Vi son certi sacrificî che si compiono con animo risoluto, appunto perchè ci seducono con la loro grandezza. Il bisogno di raccogliere tutta la nostra energia per uno sforzo supremo, e la voluttà di vincere, sempre potente anche quando si vinca a danno di sè medesimi, impediscono ne' primi istanti che il dolore ne soverchi. Ma quando s'è riportato il trionfo, nè dura più la febbrile ansietà della lotta, e il sacrificio compìto non reca mai un eguale tributo di riconoscenza, oh! allora comincia davvero lo scoramento; allora una indefinita tristezza s'impadronisce dell'anima nostra. Così avvenne all'Angelina. L'era bastata la forza a domare la sua passione nascente, ella aveva potuto perorare la causa di un'altra; ma adesso ella non si sentiva da tanto di assistere allo spettacolo di una felicità che le costava tutte le speranze dell'avvenire. La felicità è cieca come l'amore: a simiglianza del fanciullo che folleggiando per la campagna calpesta le macchie di fiori, ella procede nel suo cammino spensierata e obliosa, e non si cura di ciò che schiaccia sotto i suoi piedi, o di ciò che offende con la clamorosa allegria. La Matilde non aveva altro in bocca che l'amor suo, e di questo ragionava con l'Angelina e de' suoi disegni per l'avvenire, oh! quanto diversi da quelli che l'Angelina s'era formati nel segreto del suo cuore a' dì beati, in cui ella pure inebbriavasi in un sogno d'amore. Alla Matilde non sorrideva l'idea della vita campestre, ed ella sperava d'indurre il suo Vittorio a trasferirsi in città, ove col suo ingegno avrebbe potuto farsi un nome e uno stato, e, chi sa? diventar col tempo un personaggio importante, forse forse prefetto. Poi, seguendo i capricci della sua fantasia, saltava a discorrere del suo vestito di nozze, mettendo sul tappeto la grave questione se convenisse meglio ch'esso fosse di velo o di moire, se con lungo strascico o senza. L'Angelina era sulle brage, e quando la Matilde usciva, ella, cosa insolita, si sentiva sollevata d'un peso e trovava almeno il refrigerio del pianto. E lì dalla sua finestra mirava allontanarsi lungo il viale di platani la Matilde e Vittorio, l'una al braccio dell'altro, col passo lieve ed elastico di chi ha la letizia nell'animo e vede sparsa di rose la via. Quante volte aveva anch'ella percorso quel viale a fianco di Vittorio, quante volte gli sguardi e le parole di lui le avean fatto balenare innanzi agli occhi i larghi orizzonti della felicità! Era appunto su quel sentiero, era sotto quegli alberi, era presso a quell'argine, che Vittorio le aveva fatto intendere di amarla, e ch'ella l'avea ributtato armandosi d'una menzogna. Così, immobile, appoggiata al davanzale del balcone, ella se ne stava senza parola lungo tempo dopo che i due amanti s'erano dileguati, nè più si udiva il suono festevole delle loro voci. Era allora che talvolta la sorprendeva lo zio, ed ella appena sentiva muovere il saliscendi dell'uscio, si rasciugava gli occhi, e componevasi alla più tranquilla cera del mondo. Non tanto però che allo sguardo amorevole del signor Bernardo sfuggisse l'assidua cura, da cui ell'era logorata. L'Angelina non diceva molto, non lagnavasi mai, tentava distrarsi approfittando, più che non solesse una volta, di alcuno fra gl'inviti che le faceano le sue discepole: eppure ella dimagrava ogni giorno, ogni giorno si faceva più profondo il solco del dolore sul suo pallido viso. Tutto rianimavasi in casa Mauri, tutto aprivasi a una vita nuova; solo l'Angelina e il signor Bernardo non ne sentivano gl'influssi. Ella cercava invano di farsi maggiore dell'interno travaglio, egli dal soffrire di lei vedevasi tolta ogni gioia per la contentezza della figliuola. Non v'era dubbio alcuno; l'Angelina aveva amato Vittorio prima della Matilde. Ma qual rimedio a sì malaugurato avvenimento? Appunto questa impossibilità del rimedio lo turbava a mille doppî. Ed egli richiamava alla mente le raccomandazioni del fratello e le lagrime della cognata al suo letto di morte, e gli pareva udir la voce angosciosa di que' cari defunti chiedergli conto della loro creatura. Oh! ma ella non gli serbava rancore, e se il suo labbro aveva ancora sorrisi, erano per lui, e se aveva un resto d'allegrezza nell'anima, lo serbava pei momenti de' loro colloquî. Il signor Antonio, il padre di Vittorio, provava anch'egli un vivo affetto per l'Angelina, e le dava la preferenza sulla sua futura nuora, e continuava a maravigliarsi come Vittorio non si fosse innamorato di lei. Sennonchè, a vederla così pallida, così affilata, gli veniva il sospetto ch'ella godesse di mal ferma salute, e questa era una ragione sufficiente a giustificare Vittorio.
Passarono le settimane, passarono i mesi. Vittorio, presa la laurea, si assentò insieme col padre per preparare gli appartamenti alla sposa. Erasi deciso che, almeno per qualche tempo, Vittorio dimorerebbe nella sua villa, e i sogni della Matilde circa il soggiorno nella capitale erano andati in fumo. Vittorio si trattenne lontano dalla sua fidanzata quindici giorni, e ogni mattina il fattorino della posta recava alla Matilde una bella lettera in carta color di rosa, profumata di patchouli, ch'ella leggeva tutta d'un fiato, e di cui faceva poi sentire frammenti all'Angelina, non senza riportarle fedelmente i saluti che le mandava Vittorio. Un dì le lettere furono due: oltre alla solita per la Matilde ve n'era una del padre di Vittorio pel signor Bernardo. In quella lettera il signor Antonio offriva, senza tanti preamboli, al futuro suocero del figlio suo una occupazione commerciale di non grande rilievo, ma sufficiente a procacciargli di che mantenere la sua famiglia, senza dover nulla a nessuno. Era una improvvisata, che il lettore può immaginarsi se riuscisse gradita ad un uomo corto sì, ma delicato e dabbene come il signor Bernardo. Non potè a meno di correr subito dall'Angelina a confidarle la sua esultanza, e a portare ai sette cieli la bontà e la rettitudine del padre di Vittorio, che con la sua provvida offerta lo facea rinascere a nuova vita e lo rendeva utile a qualche cosa. La commozione sincera dello zio toccò l'Angelina: eppure, lo credereste? ripensandovi, ella provò nell'anima più vivo che mai quel senso pauroso d'isolamento onde, a suo malgrado, ella era da qualche tempo assalita. L'aiuto ch'ella recava alla famiglia de' suoi congiunti era sempre uno stimolo alla sua attività, e le avea fatto parer cento volte più belle le ore del lavoro e della fatica. Persino le bizzarrie della signora Clara e della sua primogenita ella subiva con ispirito sereno, allorchè, consultando il suo cuore, sentiva rispondersi: — Tu paghi col benefizio il male ch'altri ti fa. — Era orgoglio? Era egoismo? Volesse il cielo che tali fossero tutti gli egoismi e tutti gli orgogli del mondo! Finchè in casa Mauri v'erano dolori da lenire, confidenze da ricevere, consigli da porgere, la presenza dell'Angelina aveva un valore, uno scopo; ma adesso? La Matilde, la dolce amica d'infanzia, era sposa, ebbra di contentezza e d'amore; l'Amalia, secondo il costume dell'età sua, preferiva la vispa ilarità della sorella alla tranquilla, ma profonda mestizia dell'Angelina, e il signor Bernardo, l'ultimo ad esultare di quei lieti eventi domestici, s'era rasserenato pur esso all'idea di ritornare alla onesta operosità del passato. Ella sola era malinconica, ella sola era sventurata in mezzo ai felici, e le sembrava di non poter essere agli altri che un imbarazzo, o un peso, o un rimorso. Andava svogliata alle consuete lezioni, e le sue discepole già susurravano che la non pareva più quella; non che si ristessero però dall'amarla, tanto era dolce e buona e indulgente. Ma tutti dicevano: — L'Angelina sta male, l'Angelina dovrebbe far una cura seria; — oppure: — L'Angelina ha qualche grande affanno nascosto. — E l'affanno nascosto la poveretta l'aveva, ma non era soltanto il suo amore sventurato: era l'insieme del suo stato, era la solitudine del suo cuore. Nelle nature squisitamente temprate come la sua, lo spirito di gran lunga prevale alla materia, e la vita, per mantenersi, domanda con più angosciosa insistenza l'alimento dell'anima che quello del corpo. Era appunto l'alimento dell'anima che andava mancando all'Angelina, e la vita le veniva meno per insufficiente ricambio d'affetti. Se la Matilde fosse stata infelice, se la piccola Amalia avesse avuto bisogno di lei, se il signor Bernardo fosse rimasto nel primiero abbattimento, forse l'Angelina avrebbe vissuto, avrebbe vissuto per loro. Ma così le mancava una mèta: non poter giovare significava per lei non poter vivere. Oh! certo, il mondo è vasto, e fuori di casa Mauri vi sarebbero state altre piaghe da rimarginare, altre lagrime da tergere; ma dovevasi esigere che ella, a vent'anni, andasse di porta in porta ad offrire il balsamo de' suoi conforti? Ella non chiudeva in sè la tempra venturosa dell'eroina, la quale, più che per l'uomo, si sacrifica per il genere umano: era sortita agli affetti domestici, alle casalinghe abitudini. Perchè non aveva, come hanno le altre fanciulle, una famiglia, di cui esser l'angelo tutelare; perchè, come l'altre fanciulle, non l'era dato allegrarsi nella speranza d'un tetto, ove il suo cuore si aprirebbe alle semplici gioie di sposa e di madre? Perchè il disinganno l'aveva colta proprio alla soglia dell'esistenza?