Non era una malattia, su cui potesse arte di medico o virtù di farmachi: l'Angelina finiva per una occulta stanchezza, per un infiacchimento generale della persona. Chi l'aveva innanzi agli occhi ogni giorno non accorgevasi di questo rapido deperire, ma chi la vedeva dopo qualche intervallo n'era dolorosamente colpito. Vittorio, reduce presso la sua fidanzata, mise l'inquietudine nella famiglia, chè lo stesso signor Bernardo, per inquieto che fosse sul conto della nipote, era ben lungi dal creder vicino il pericolo. L'Angelina ricevette la visita del dottore senza stupore e senza sgomento, nè si turbò vedendolo annuvolarsi in volto e manifestare nell'aspetto una penosa incertezza. Quand'egli sedette al tavolino per iscrivervi una ricetta, lo guardò con un mesto sorriso, e quando le portarono la pozione ch'egli le aveva ordinata, la prese con indifferenza, come cosa da cui non aveva nulla da sperare e nulla da temere. La Matilde, il signor Bernardo e Vittorio fecero ressa intorno al medico per sentirne i pronostici: ed egli, coscienzioso e sincero, disse che il male dell'Angelina aveva per lui qualche cosa di arcano, che non v'erano sintomi chiari, ma v'era una strana prostrazione di forze, di cui egli non sapea dissimularsi la gravità. Chiese se vi potessero essere cause morali a un tale abbattimento. Il signor Bernardo si scosse, ed era per esporre il dubbio che da tanto tempo gli stava sull'anima; ma alzando gli occhi vide la Matilde affisare con sì trepida ansietà il suo fidanzato, che sentì compassione di lei, e l'amor paterno prevalse in lui ad ogni altro affetto. Non isfuggì al dottore quell'imbarazzo, ma da uomo accorto e discreto com'era, fece mostra di non avvedersene, e disse soltanto: — Interrogherò la malata. — Vittorio lo accompagnò fino all'uscio, ripetendogli: — La interroghi, la interroghi presto. — Egli si ricordava delle parole misteriose proferite dall'Angelina nel suo colloquio, e che sembravano accennare a un'occulta passione.
Da quel dì la stanza dell'Angelina era divenuta il convegno di quasi tutta la famiglia Mauri. La buona giovinetta erasi trascinata, finchè le forze glielo aveano concesso, nel salotto da pranzo; ma ora il medico le aveva ordinato il più assoluto riposo, nè del resto l'estrema debolezza le avrebbe concesso di scendere la scala. Passava le ore del giorno in una sedia a braccioli, accurata nel vestito e nell'acconciatura, e tanto più serena e tranquilla, quanto più il male faceva progressi e quanto più nel volto degli altri s'esprimeva un dolore disperato d'ogni conforto. Diceva di non soffrire, e forse era vero, e alla Matilde e a suo zio che le stavano presso, non potendo frenare le lagrime, stringeva teneramente la mano, e volgeva il più amorevole de' suoi sorrisi. Ma nè dinanzi allo zio, nè alla Matilde, nè al medico, che pur la interrogò con sottile artifizio, si lasciò sfuggire un accento che tradisse il suo segreto.
E intanto ella affievolivasi sempre più, e se l'aria era un po' fredda, e il tempo un po' umido, non si sentiva d'alzarsi e si tratteneva in letto l'intera giornata. Alla sponda di quel letto era sempre il signor Bernardo, e ogni momento le metteva la mano sulla fronte per sentirne il calore, e la fissava con uno sguardo che vi straziava l'anima. Le stava a' piedi una donna, una nostra antica conoscenza, la vecchia Filomena, con certi occhi invetriati, con una certa immobilità nella fisonomia, da mettere paura. Teneva le labbra strette che pareano inchiodate, e le mani incrociate sulle ginocchia non si toglievano da quella positura, se non per acconciare le coltrici della malata o per porgerle da bere o per accomodarle meglio i guanciali sotto il capo. Ogni due ore la Filomena senza dir parola, e si sarebbe creduto impossibile in femmina tanto ciarliera, scendeva in cucina a preparare ella stessa la minestra per la povera inferma, e in mezzo alle pentole ritrovava un po' della sua antica eloquenza per bisticciar con la fantesca di casa, la Teresa: poi risaliva muta come prima, soffiando nel brodo della scodella. La Filomena non vedeva la sua padroncina da oltre un anno, chè la sua smania di pettegoleggiare le aveva fatto dar l'ostracismo; ma appena seppe l'Angelina malata, supplicò che le fosse concesso di assisterla, ed ora vegliava dì e notte presso di lei, reprimendo, pur di starle vicino, e l'angoscia che le strappava il cuore, e quell'abitudine di discorrere, anche da sè sola, che le era divenuta una seconda natura.
Mancavano poche settimane al termine fissato per le nozze di Vittorio e Matilde, e già dibattevasi in famiglia se le si dovessero differire a cagione dell'Angelina, quando l'inferma manifestò il desiderio di parlare agli sposi. Fece la sua toilette di malata con più cura del consueto, ordinò alla Filomena che le accomodasse i capelli come soleva una volta, s'acconciò sulle spalle e sul petto a guisa di sciallo un fazzoletto di seta azzurra, e postasi a sedere e atteggiato il volto al sorriso ricevette i due fidanzati, che le si presentavano innanzi lagrimosi e compunti. Era soltanto il presagio dell'imminente sventura? O era anche un senso indistinto d'inquietudine e di rimorso? Fu l'Angelina che ruppe il silenzio.
— Non le differirete mica le vostre nozze, — diss'ella con accento dolcissimo; — non lo permetterei a ogni modo, e poi.... non ve ne sarà bisogno.... — E com'essi si peritavano a chiederle spiegazione di questa frase: — Non ve ne sarà bisogno, — soggiunse, — perchè l'Angelina non tira innanzi tanto.... Oh! via, non piangete, non fate fanciullaggini.... Venite qui piuttosto, qui vicino a me. — Le si appressarono col capo basso, con gli occhi gonfi di pianto. L'Angelina pose la mano sulla spalla della Matilde: — Fatti animo, Matilde mia, tu stai per diventar moglie, e il mio povero babbo mi diceva spesso che le buone mogli devono presentarsi dinanzi ai loro mariti con aspetto sereno. Una donna ilare è un tesoro inapprezzabile per una famiglia.... E voi, Vittorio, — riprese volgendosi al giovane, — amatela questa mia buona Matilde. Siamo cresciute insieme, abbiamo durato insieme le prove dell'avversità, e io vi posso dire ch'ella merita un'esistenza men travagliata, e che di tutte le cure onde vorrete circondarla, non ve n'è una, di cui ella non saprà compensarvi con l'amor suo. Oh! Vittorio, promettetemi di amarla sempre e di fare quanto sta in voi per renderla pienamente felice. —
Così dicendo staccò dalla spalla dell'amica la sua mano bianca, affilata, e la stese verso Vittorio, che se la portò alle labbra e la coperse di baci e di lagrime. Non proferì parola, ma il suo silenzio era più espressivo d'ogni risposta.
La malata si colorò lievemente, gli occhi le brillarono d'un mesto splendore, parve sorpresa da una commozione superiore alle sue forze, e si lasciò ricadere sull'origliere. Però si ricompose prestissimo, e dopo aver frugato sotto i guanciali, ne trasse un monile di granate a due giri, da cui pendeva un piccolo medaglione d'oro. Lo pose al collo della Matilde, che nell'eccesso del dolore appena era conscia di sè, dicendole: — Eccoti il mio regalo di nozze. In quel medaglione troverai de' capelli; son miei.... serbali per memoria dell'Angelina.... — La Matilde, soverchiata dall'angoscia, cadde ginocchioni a piè del letto, abbandonando il capo sulla coltrice, e rompendo in singhiozzi. Anche Vittorio singhiozzava col viso nascosto fra le mani. Lungo le guance pallide dell'Angelina scorrevano in silenzio le lagrime: v'era una serenità celeste nel suo dolore.
Alcuni dì appresso la inferma volle alzarsi, e le sue gracili dita corsero ancora una volta sui tasti del pianoforte. Sonò un concerto della Norma, e veramente al mirarla coi capelli ondeggianti, con la lunga veste bianca, con quel volto che aveva la trasparenza e il color della cera, la si sarebbe detta una visione notturna dei boschi druidici. Sull'imbrunire si coricò chiedendo che le si aprissero le finestre per respirar l'aria della campagna. E così, contemplando il sole che tramontava, inebbriandosi nell'odor delle viole di primavera (che era appunto sul finir dell'aprile), esalò l'anima soavissima fra le braccia dello zio e della vecchia sua Filomena.
La Filomena rimase come impietrata: convenne strappare a forza il signor Bernardo dalla stanza della defunta, perch'egli non voleva a verun costo abbandonare quella tepida salma.
Sulla scrivanìa dell'Angelina fu trovata una lettera, con cui ella disponeva della sua modesta sostanza. D'un terzo lasciava erede la Filomena: destinava gli altri due terzi all'Amalia, con espressa condizione che il capitale fosse messo a frutto sino al momento, in cui la fanciulla andasse a marito.